Lavori forzati per chi difende diritti e inneggia alla Rivoluzione dei gelsomini

La Cina prosegue gli arresti e le condanne ai lavori forzati di attivisti per i diritti umani e dissidenti, ma risponde alle critiche che è uno Stato di diritto dove i diritti umani sono rispettati. Nel Paese è in atto la peggior repressione dal 1998, per timore che anche qui si propaghi la Rivoluzione dei gelsomini, che sta trasfromando il Nordafrica e il Medio oriente. Ieri il gruppo Chinese Human Rights Defenders ha denunciato la condanna dell’attivista di Pechino Wei Qiang a 2 anni di rieducazione-tramite-lavoro, veri lavori forzati ai quali si può essere mandati con una semplice decisione amministrativa, senza processo e senza avere un avvocato. Wei è stato arrestato il 25 febbraio per avere partecipato a una “protesta illegale”: i pacifici assembramenti convocati da ignoti tramite internet per protestare contro la corruzione e chiedere riforme democratiche.
Si ignora la sorte di Ni Yulan (nella foto) e di suo marito Dong Jiqin, arrestati in  un albergo dove vivono dopo la demolizione illegale della loro abitazione di Pechino. L’albergo, è diventato un punto di ritrovo per attivisti e legali che difendono i diritti umani e civili e da tempo la polizia chiede al proprietario di togliere alla coppia elettricità, acqua e collegamento internet, per costringerla a sloggiare.
Sono stati invece rilasciati su cauzione, in attesa del processo, Li Yongsheng e Li Hai, pure di Pechino. Entrambi sono stati arrestati, il 6 marzo e il 26 febbraio, per il sospetto che stessero “causando disordini”, pubblicizzando la Rivoluzione dei Gelsomini e pacifiche proteste.
Intanto rimane ancora ignota la sorte di Ai Weiwei, noto artista portato via dalla polizia il 3 aprile e da allora scomparso. Ieri la polizia ha fatto una nuova incursione nel suo studio, compiendo una perquisizione accurata e portando via scatoloni di materiale. Il suo arresto ha suscitato proteste internazionali e il ministero degli Esteri, dopo giorni di imbarazzato silenzio, il 7 aprile ha risposto che Ai è “sotto indagine per reati economici”, senza meglio spiegare. “La Cina – ha insistito il portavoce del ministero – è uno Stato di diritto… gli altri Paesi non hanno diritto di interferire”.
Esperti osservano che Pechino ha fatto frequento uso di accuse per reati economici per colpire attivisti e dissidenti. Intanto attivisti per i diritti umani, gruppi politici e religiosi hanno indetto per domani una marcia a Hong Kong, che arriverà davanti agli uffici del governo centrale, per protestare contro la persecuzione in atto. E’ stata pure annunciata una raccolta di firme per chiedere il rilascio di Ai e degli altri attivisti arrestati.
Le autorità temono che nel Paese possano scoppiare proteste analoghe alla Rivoluzione dei Gelsomini e stanno arrestando tutti i dissidenti e chiunque anche soltanto inneggi a queste proteste. Nell’Assemblea Nazionale del Popolo, svoltasi a marzo, i leader del Partito Comunista Cinese avevano annunciato la volontà di stroncare qualsiasi “disordine sociale” e di riaffermare il ruolo centrale ed essenziale del Pcc.

Fonte: Asia News, 10 aprile 2011

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.