Lavoratori migranti: tanti e sotto tiro prima del Congresso

Tirare avanti con un reddito pari a 320 euro al mese, nel paese in cui i milionari hanno superato la cifra record di un milione. È la sfida dei lavoratori migranti cinesi con meno di 35 anni, quelle masse di giovani che dalle campagne e dalle aree più povere della Repubblica popolare si trasferiscono nelle metropoli alla ricerca di una vita migliore o, quanto meno, di un salario. L’ultimo rapporto della Commissione nazionale sulla popolazione e la pianificazione familiare stima il loro reddito medio, nel 2011, in 2.513 yuan: un aumento del 29,4% rispetto al 2009 ma pur sempre insufficiente a coprire spese essenziali come quelle per le cure mediche e un’abitazione dignitosa. E infatti – chiarisce il documento ufficiale – il 72% di questi lavoratori condivide alloggio e spese relative con dei compagni, e meno del 30% è coperto dal sistema assicurativo. Impiegati nell’industria, nell’edilizia e in misura sempre maggiore nei servizi, lavorano mediamente 54,6 ore alla settimana. Oltre il 50% non ha un contratto fisso e non è retribuito per gli straordinari, che a norma di legge scattano dopo le 40 ore. I migranti sono circa 230milioni (il 17% della popolazione complessiva). Hanno un’età media di 28 anni e il 45% è nato dopo il 1980. Sono i protagonisti dell’esodo che sta cambiando il volto della Cina: l’anno scorso i residenti nelle metropoli hanno superato per la prima volta quelli delle campagne e, entro il 2020, il rapporto cittadini/contadini (in seguito all’inurbamento di 10-13milioni di lavoratori migranti all’anno) dovrebbe diventare 60/40. Introdotto da Mao nel 1958 per limitare gli spostamenti dalle campagne alle città, il sistema del hukou prevede la registrazione di ogni cittadino nel luogo di origine, e dà diritto a usufruire soltanto là dei servizi essenziali quasi gratuitamente. A causa di questo rigido meccanismo (è molto difficile cambiare hukou), milioni di migranti che da anni lavorano e pagano le tasse nelle metropoli sono trattati come cittadini di serie B. Secondo il professor Liu Erduo, del Dipartimento su lavoro e risorse umane dell’Università Renmin di Pechino, nei prossimi dieci anni i migranti costituiranno la «spina dorsale» delle città cinesi. «Le politiche per l’alloggio, l’assistenza e specialmente l’istruzione – ha spiegato Erduo al South China Morning Post – vanno introdotte tra i migranti, altrimenti si creerà un clima che favorirà l’instabilità sociale». Misure che il Partito comunista cinese (Pcc), alla vigilia del 18° Congresso, intende vagliare dall’alto, senza apporti delle organizzazioni non governative (ong) indipendenti. Nell’industrializzato e progressista Guangdong dal febbraio scorso sono state chiuse sette ong che difendevano i diritti dei migranti. Le autorità adducono la violazione di norme amministrative. Ma da Hong Kong l’organizzazione Students and Scholars Against Corporate Misbehavior (Sacom) protesta: «L’aumento del numero di scioperi (37 il mese scorso, il 40% in più rispetto a giugno secondo i dati di China labour bullettin) è il segno più chiaro dell’intensificarsi dei conflitti sul lavoro». Le ong, secondo Sacom, sono prese di mira perché «sostengono questo conflitto e danno sostegno sociale ai migranti nelle città». A Pechino negli ultimi giorni le autorità hanno messo i sigilli ad altre scuole per bambini migranti. Una campagna di «pulizia» che, iniziata prima delle Olimpiadi del 2008, nel solo quartiere Chaoyang ha ridotto da 150 a una trentina gli spesso sgarrupati istituti privati che danno una preziosa istruzione di base ai figli dei lavoratori.

Michelangelo Cocco

Fonte: Il Manifesto, 9 agosto 2012

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