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L’Asia tira la corsa alle materie prime

Mentre l’India fa incetta d’oro cresce lo shopping della Cina nel mondo. Tutti sono in crisi? Intanto Pechino rastrella il mercato.

La Cina non aspetta. Scommette sulla ripresa facendo incetta di materie prime in tutto il globo. Mentre gli altri Stati del mondo stanno leccandosi le ferite della crisi, e hanno le tasche vuote, Pechino in crescita e con gli scrigni pieni, rastrella il mercato. Petrolio, gas, ferro, carbone e minerali preziosi, quelli che alimentano le nuove tecnologie, le auto elettriche. Il futuro.

Il Dragone ha fame, ma anche la Tigre ha appetito. A cominciare dal riso, di cui l’India è secondo consumatore, ora che è passato il monsone più disastroso della storia. Pechino e New Delhi si siedono a «tavola», che è il globo intero. Le loro «posate» sono una crescita senza eguali, corposi piani di stimolo dei governi e progetti infrastrutturali faraonici. Ma anche meno prosaiche operazioni finanziarie, ora che il dollaro perde quota.

Caccia all’oro
L’India ha appena acquistato dal Fondo monetario internazionale 200 tonnellate d’oro, per 6,7 miliardi di dollari, spinta dalla volontà di diversificare le riserve, ridurre l’esposizione in valuta Usa, e forse, di contare di più nell’Fmi. Una mossa che ha fatto schizzare il prezzo del metallo giallo al massimo storico di 1.084 dollari per oncia (ieri a 1.101,90). Uno scenario che si ripeterà. Fino a quanto? Gli esperti parlano di cicli di 15-22 anni. Ma per Jim Rogers, co-fondatore con George Soros di Quantum fund, vedremo ancora salire i prezzi delle materie prime nel 2020. «Alla base di tutto c’è l’ingresso sul mercato di Paesi come l’India e soprattutto la Cina». L’oro, per altro, piace molto anche ai cinesi: sono i primi produttori del pianeta, con 10 milioni di once, il 10% dell’offerta mondiale. Senza contare i massicci acquisti pro-riserva degli anni scorsi e quelli che, secondo gli esperti, si apprestano a fare.

Guerra commerciale
Già, il Dragone. È soprattutto la Cina, più in forze dell’India, per ora a condurre la danza. La sua fame non ha confini, né remore politiche. E preoccupa. Ieri gli Usa hanno imposto dazi sui tubi d’acciaio cinesi che vanno fino al 99%: Pechino ha risposto piccata, accusando Barack Obama (che dal 15 novembre sarà nel Celeste Impero) di «protezionismo». Quattro anni fa il Congresso aveva già bloccato l’offerta d’acquisto su Unocal, la sesta società petrolifera americana, da parte di China National Offshore Corp.

Scaramucce, che non influiscono sull’appetito. Sono ormai decenni che Pechino investe all’estero. E dopo l’ingresso nel Wto, con molto più slancio. «Zou chuqu», ossia «go global», vai Oltreoceano, lo slogan della sua politica economico-finanziaria. Una politica che ora è stata accelerata. «Sono stati anticipati i piani per le grandi opere che erano previsti per il 2012-2013», dice Giorgio Prodi, dell’Università di Ferrara, membro del comitato scientifico di Osservatorio Asia. Il piano governativo di stimolo è di 4 miliardi di yuan. Ferrovie, strade, ospedali. Ecco perché ha fame di acciaio, e dunque ferro; carbone, rame, zinco.

Petrolio per 9 miliardi
Che fretta hanno? «I cinesi sono ottimisti. Credono nella ripresa, e vogliono essere in prima fila quando sarà a regime», spiega Prodi. Sono già la prima azienda manifatturiera del mondo, il primo Paese esportatore. Ma per produrre occorrono commodities. Come il petrolio. Pechino lo sta rastrellando ognidove, per spegnere la sua sete, attuale e prossima: quest’anno spenderà 9 miliardi di dollari, in «deals» per l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti all’estero. È anche entrata nel mercato Usa, acquistando con Cnooc il 30% di quattro licenze per l’estrazione nel Golfo del Messico dalla norvegese Statoil. È il primo produttore straniero in Iraq, ha prestato 10 miliardi al presidente brasiliano Lula in cambio di barili, 4 miliardi al venezuelano Chàvez. È pronta ad acquistare 6 miliardi di barili delle riserve nigeriane. Le cifre, finora, danno ragione all’ottimismo del Dragone. La Banca mondiale ha alzato le stime di crescita 2009 della Cina dal 7,2% (giugno) all’8,4%, 8,7% nel 2010. Certo, per correre, e cavalcare la ripresa, occorrono anche risorse finanziarie. Ma per «Zhongguo», la Terra di Mezzo, il denaro non costituisce un problema. Può contare su riserve valutarie per 2.300 miliardi di dollari. E su una «macchina» che sforna a getto continuo profitti da reinvestire.

L’«Iri» cinese
«Le grandi imprese sono controllate dallo Stato, attraverso la Sasac, una sorta di mega-Iri che contiene le holding. I profitti generati non vanno allo Stato, ma a queste holding, che si trovano così montagne di denaro da impiegare» spiega Prodi. Impiegare dove? «Zou chuqu». La lista degli accordi, delle acquisizioni si allunga di giorno in giorno. Africa, Asia, America Latina, Europa. Tra il 1982 e l’89 Pechino investiva all’estero 500 milioni l’anno: nel 2008 sono stati 52,2 miliardi di dollari, per il 2009 si stima 100 miliardi. Fame di materie prime, sì, comprese quelle agricole. Ma anche guerra industriale, perché acquisendo aziende si compra il «know how» tecnologico. «Go global», inoltre, significa anche aprire nuovi mercati per i propri prodotti: gli scambi con l’America Latina, ad esempio, sono passati dai 10 miliardi del 2000 ai 140 miliardi del 2008; in Angola la Cina è presente con 50 mila operai.

Un appetito famelico, però, può contrarre virus. «Il rischio bolla c’è», riconosce Prodi. «Ma i cinesi lo hanno messo in conto». Terra di Mezzo. Il ritorno della Cina al centro dell’attenzione del mondo, per i cinesi, è semplicemente il ritorno dell’ordine naturale delle cose.

Fonte: La Stampa.it, 7 novembre 2009