L’appello della docente: «Xi Jinping incontri gli studenti di Hong Kong»

Pubblichiamo la lettera aperta della direttrice italiana dell’Istituto Confucio di Torino sugli scontri nell’ex colonia: «Hong Kong sia terreno di dialogo fra Oriente e Occidente».

La crisi di Hong Kong vede coinvolti anche i suoi studenti. Sono anche gli studenti a chiedere alla Cina di garantire forme di democrazia all’occidentale per l’ex colonia. Ed è stata una università a essere assediata e sgombrata, anche se non tutti gli occupanti erano studenti. Paradossalmente, proprio gli studenti sono, nel mondo, uno degli obiettivi del soft power cinese: gli Istituti Confucio promossi da Pechino sono ormai diffusi in centinaia di università con l’obiettivo, legittimo, di favorire la conoscenza del mondo culturale e della lingua della Cina. Progetto controverso, tuttavia, perché suscita resistenza il fatto che il “quartier generale” degli Istituti Confucio a Pechino (Hanban) abbia legami diretti con il governo cinese e con il Partito comunista, pure se i due direttori sono espressione delle rispettive università, quella cinese e quella del Paese ospitante. Gli scontri in atto a Hong Kong, al netto delle doverosamente condannabili violenze da ambo le parti (manifestanti e polizia), sono ben più di una questione di ordine pubblico: sono il punto di contatto, la faglia fra due modelli sociopolitici opposti: per semplificare, cinese e democratico-occidentale. A fronte di tutto questo, dagli Istituti Confucio italiani si leva una voce che invita all’ascolto, un testo rivolto alla massima autorità della repubblica Popolare che la nostra newsletter condivide con i lettori: Stefania Stafutti – sinologa, ordinario di Lingua e Letteratura Cinese all’Università di Torino e direttrice di parte italiana dell’Istituto Confucio dell’ateneo, traduttrice di testi letterari – ha scritto una lettera aperta al presidente Xi Jinping. Un gesto inusuale che rompe il silenzio degli Istituti Confucio italiani che vede coinvolti – anche – gli studenti cinesi di Hong Kong.
(m. d. c.)

Signor Presidente, inizio chiedendole scusa della mia almeno apparente presunzione. Sono del tutto consapevole che lei non possa occuparsi direttamente di quanto eventualmente le scrive un singolo cittadino, tanto più se, come in questo caso, proviene da un diverso Paese. Pur tuttavia, mi consente di scriverle il grande amore che porto al Suo Paese, al quale ho oramai dedicato quasi una vita di impegno e di studi, iniziati quando la Cina non era una potenza con la quale il mondo doveva confrontarsi, ma aveva già la forza che le deriva da una storia e da una civiltà millenarie. È quella civiltà, signor Presidente, che mi ha sempre affascinata ed è a quella civiltà che mi richiamo.

Sono un professore universitario, insegno Lingua e Letteratura Cinese, e sono anche Direttrice di parte italiana dell’Istituto Confucio dell’Universita’ di Torino. Conosco quindi bene gli studenti, conosco la potenza dei loro sogni e la straordinaria energia che dedicano alle loro rivendicazioni, quando vogliono cambiare la realtà. Conosco in particolare coloro che studiano cinese qui in Italia e conosco i miei personali sforzi per insegnare loro a guardare alla Cina senza pregiudizi ideologici, imparando a comprendere prima di giudicare. Che non vuol dire essere sempre d’accordo e non vuole dire rinunciare ai propri valori, primo fra tutti la democrazia e il diritto di esprimere le proprie idee.

Il nostro, quello cosiddetto “occidentale” non è, bene inteso, il solo modello di società possibile, ma non possiamo rinunciare a questi valori fondanti. Sono parte della nostra storia, per quanto contraddittoria e certo non priva di errori e di tragedie. Sono fermamente convinta che un terreno di dialogo tra la Cina e l’Occidente ci sia, e che tale dialogo non parli soltanto la lingua degli interessi economici. Sono certa che anche lei consideri i giovani , anche i giovani di Hong Kong, uno straordinario patrimonio, un tesoro che ogni società deve proteggere, tutelare, aiutare a crescere. Innanzitutto, ascoltandoli. Non parlo certo ex cathedra, signor Presidente: so bene quanto manchevoli siano anche le nostre società di fronte ai giovani. Ma le chiedo di ascoltare i ragazzi di Hong Kong.

Vada a trovarli, signor Presidente. Vada Lei, non mandi la polizia. La Cina ha una classe dirigente di prim’ordine, credo sia in grado di affrontare i ragazzi del Porto Profumato. Ascoltarli non vuole dire essere di necessità d’accordo, ma vuol dire dimostrare che la grande civiltà che il suo paese incarna non impallidisce di fronte alla sfide del presente ed è in grado di elaborare valori condivisi e condivisibili con il resto del mondo. Tutti noi attendiamo la fine di questa crisi, senza spargimenti di sangue, nel nome e nel rispetto di quel “Rinascimento” che anche Lei spesso richiama nei suoi disxorsi e che certamente ci accomuna.

Stefania Stafutti
Professore ordinario di Lingua e Letteratura Cinese – Università di Torino
Direttrice di parte italiana dell’Istituto Confucio dell’Università di Torino

Fonte: Corriere della Sera,20/11/2019

 

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