Laogai, il lato nascosto del nostro benessere

Ho avuto modo di partecipare alla conferenza “Diritti Umani. Quali?” organizzata in data 16 luglio 2009 a Trento, presso la Sala della Fondazione della cassa di risparmio di Trento e Rovereto, dove ho conosciuto Toni Brandi, imprenditore e direttore della “Laogai research foundation – Italia” che mi ha parlato della terribile realtà dei Laogai cinesi e della forte necessità di “continuare con questa battaglia, perché ci crediamo e perché è giusta”.Laogai sta per “Laodong gaizao dui ” che significa ‘riforma attraverso il lavoro’ e infatti queste strutture, inaugurate da Mao Zedong nel 1950, operano come campi di concentramento sul modello dei gulag sovietici e lager nazisti. Queste sono funzionali al regime per due scopi principali: il primo e’ perpetuare un continuo indottrinamento politico mediante l’uso della violenza mentre il secondo e’ fornire forza lavoro a costo zero.
Il laogai agisce come una vera e propria unità produttiva e ciascun campo presenta due nomi: uno come prigione e l’altro come impresa commerciale rendendo difficile riconoscere la provenienza della merce prodotta nel laogai, la cui importazione è vietata negli USA secondo le convenzioni internazionali dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro). .

Federico Rampini giornalista della “La Repubblica” scrive che “..per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro un ragazzo  guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l’ intossicazione e vive sotto l’ oppressione di padroni-aguzzini. I ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo.- tratto da ‘I lager cinesi che fabbricano il sogno occidentale  – La repubblica’’.

Tuttavia la responsabilità non è solo di quelle imprese cinesi che nascondono gli abusi ma anche delle grandi firme occidentali come Puma , Timberland o Nike, che forniscono “ rapporti sulla responsabilità sociale d’impresa” su cui timbri e numeri falsificati mettono a tacere terribili verità.
Per Lu Decheng, uno dei tre ragazzi che lanciarono gusci d’uovo contro ritratto di Mao Zedong in piazza Tian An Men il 23 maggio 1989, “le aperture all’occidente e il coinvolgimento delle ditte straniere nel mercato cinese è solo un modo per ricattare la comunità internazionale e farla tacere sui diritti umani” –intervista del 04/06/06 da AsiaNews.it

I dati parlano chiaro: le stime della Laogai research foundation e di altre ONG attive nel settore riportano l’esistenza di almeno 1045 laogai nel 2006 e 1422 nel 2008 e la presenza di una rete vastissima di fabbriche lager dove viene sfruttato l’80% della popolazione.

Una testimonianza fondamentale è quella di Harry Wu, cinese, fondatore della Laogai Research Foundation che è stato rinchiuso 19 anni in un Laogai e racconta di chi come lui é stato imprigionato per aver preso parte denunciato crimini e corruzioni del regime o semplicemente perché di religione cattolica o di altra fede come per i praticanti di Falun Gong, una pratica spirituale per purificare corpo e mente, che vengono arrestati, uccisi e i cui organi sono venduti a clienti asiatici e occidentali (per approfondire “Cina – i dannati dal falun Gong” da L’unita’ del 13/06/2005).

Grazie alle pressioni ed il lavoro di ricerca della Laogai Research Foundation ed il sostegno di Amnesty International, Human Rights watch e numerose altre organizzazioni internazionali nel 2005 il congresso USA e successivamente il Parlamento tedesco e quello italiano nel 2007  hanno approvato risoluzioni che denunciano i laogai e la continua violazione dei diritti umani in Cina.
Ma ancora tanto lavoro resta da fare per impedire l’importazione di merci prodotte dallo sfruttamento umano e introdurre una normativa che consenta la rintracciabilità dei prodotti commercializzati all’interno dell’UE e quindi garantisca una informazione corretta per il consumatore.

E qui veniamo noi, cittadini, consumatori e individui: vivere nell’ epoca della globalizzazione significa anche vivere in un mondo in cui ogni evento, per quanto piccolo esso sia, ha ricadute sull’intero ordine mondiale.
Ed è questa la sfida maggiore di chi lotta per i diritti umani: agire su avvenimenti e dinamiche che coinvolgono tutte le sfere della società cosicché al singolo sembra di avere a che fare con una realtà che sfugge alla sua portata tanto da spingerci a dire “eh tanto noi cosa possiamo fare…”.
É vero che non siamo tutti Gandhi, Martin Luther King o Nelson Mandela ma informarsi, leggere, firmare petizioni può già essere il nostro contributo importante a un’azione di pressione più vasta e basata su una maggiore responsabilità sociale e coscienza civica.
E allora forse prendendo atto del fatto che il mondo non è diviso in buoni e cattivi ma che siamo tutti parte, più o meno consapevolmente, di uno stesso sistema, parlare di diritti umani non sarà solamente un bel discorso di chi ingenuamente pensa che nel mondo la giustizia trionfi sempre, ma avrà un significato più vivo e vicino a noi, prima come esseri umani e poi come cittadini.
Anna Vanin

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