Laogai: i lager della Cina che l’Occidente ha già dimenticato

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da quando l’Occidente negli anni ’90, non aveva paura di accusare la Cina di violare i diritti umani in Tibet e nella stessa Cina continentale. All’improvviso, da quando nel 2001 la Repubblica popolare è entrata nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), tutti i paesi occidentali, inclusi gli Stati Uniti, hanno iniziato a non parlare più dei gravi crimini commessi dalle dittatura cinese.

E così anche Sua Santità il Dalai Lama, rappresentante in esilio del Popolo Tibetano, è diventato una figura da evitare e non ricevere nelle sedi istituzionali, per non irritare i padrini della Cina rossa. Eppure è necessario non dimenticare cosa rappresenta la Cina oggi.

Laogai, i campi di concentramento cinesi

E allora rinfreschiamoci la memoria, ricordandoci innanzitutto dei campi di concentramento dove vengono rinchiusi non solo gli oppositori politici, ma anche quelli religiosi (i musulmani dello Xinijang e i rappresentanti del Falun Dafa, movimento religioso tradizionalista che pone una sintesi tra taoismo, Buddhismo e Confucianesimo). Questi campi di concentramento sono chiamati Laogai. Il termine laogai (勞改T, 劳改S, láogǎ) si riferisce, propriamente, a una particolare forma di lavoro forzato. Lo stesso termine laogai, in senso invece restrittivo, viene talvolta usato per indicare un campo di concentramento. Documenti ufficiali del Partito comunista Cinese datati 26 agosto 1954 menzionano il laodong gaizao come “un processo di riforma dei criminali attraverso il lavoro, essenzialmente un metodo efficace per eliminare i criminali e i controrivoluzionari”.

Secondo un’indagine del 2008 della Laogai Research Foundation, nella Repubblica Popolare Cinese sono presenti 1422 Laogai. Le condizioni di vita dei detenuti e il loro impiego come forza lavoro sono spesso indicati come lesivi dei diritti umani. E’ universalmente noto che nei campi di lavoro cinesi vengano comunemente applicati la tortura, la rieducazione politica e che vi sia un alto grado di mortalità dei prigionieri riconducibile a maltrattamenti di vario tipo. È anche altamente contestato l’uso che il governo cinese fa della manodopera a costo quasi nullo costituita dai carcerati, che secondo alcune fonti sarebbero sottoposti a ritmi di lavoro disumani e al limite dello schiavismo. Denunce molto gravi sono riportate anche nelle opere di Harry Wu (un dissidente cinese che ha passato molti anni in queste carceri, per poi fuggire negli USA) e da altri dissidenti ed ex prigionieri. Tali denunce riguardano anche crimini come il traffico di organi dei reclusi.

Le testimonianze 

Fra le testimonianze che descrivono i Laogai in modo più critico, paragonandoli ai gulag bolscevichi, ci sono The thirty-six way (1969), Prisoners of Mao (1973), Red in tooth and claw (1994) e Zuppa d’erba (1996). Alcuni temi ricorrenti in queste opere sono:
descrizioni di lavoro forzato a ritmi disumani (fino a 18 ore al giorno, con l’obbligo di rispettare determinate quote produttive); uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi e coercitivi; appello alla delazione fra prigionieri; sedute periodiche di “critica” e “autocritica”, in cui i detenuti si accusano a vicenda, o si auto-accusano, di comportamenti criminali, a scopo rieducativo. L’insieme di questi elementi configura anche un contesto generale di violenza fisica e psicologica coordinate che corrispondono al concetto di lavaggio del cervello.  Philip Williams e Yenna Wu, in The Great Wall of Confinement, hanno paragonato le testimonianze dei prigionieri cinesi a quelle raccolte in Arcipelago Gulag di Solzenicyn. Gli autori riconoscono numerose somiglianze sotto diversi aspetti: condizioni delle baracche e di lavoro, maltrattamenti, delazione, denutrizione, scarsa igiene e malattie.

L’ultima risoluzione italiana

L’ultima risoluzione del Parlamento Italiano contro i Laogai cinesi risale addirittura al 1998 la cui III Commissione (affari esteri) il 15 aprile di quell’anno approva all’unanimità la risoluzione sulla situazione del Tibet, che tra l’altro “impegna il Governo a porre in essere ogni sforzo politico e diplomatico per promuovere negli organismi internazionali, in particolare presso il Consiglio d’Europa e le Nazioni Unite, iniziative in favore del rispetto dei diritti umani nella Repubblica popolare di Cina, e, in particolare, nel Tibet, nel Turchestan orientale ed in Mongolia inferiore per la immediata scarcerazione dei detenuti politici e per la chiusura dei Laogai”. Poi la Cina entrò nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 2001, e nulla è più accaduto in tal senso.

La codardia dell’Italia e dell’Occidente dovrebbe far pensare a come da più di venti anni sia calato il silenzio sull’orrore dei lager rossi comunisti, in nome della pace economica e del comune interesse capitalistico tra la Cina e i paesi occidentali. Ecco, questo dovrebbe preoccuparci seriamente, perché se sino ad oggi la Cina ci impone il silenzio sui Laogai, un domani – per motivi diplomatici e di interessi materiali – potrebbe alzare l’asticella ancora di più, e creare istituzioni inimmaginabili per noi europei.

Emanuele Fusi, Il Primato Nazionale,04/03/2020

 

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