Laogai: dalla Cina con terrore

Ci può essere qualcosa di più terribile dei lager nazisti, chiusi nel 1945, o dei gulag sovietici, in disuso dagli anni ‘90? Sicuramente sapere che nel 2010 esistono ancora campi di concentramento dove gli uomini perdono la loro libertà, la loro dignità e la loro vita, nella pressoché totale indifferenza dell’opinione pubblica mondiale.  In Cina oggi esistono 1422 laogai, ovvero campi di concentramento, dove sono rinchiuse milioni di persone. E 27milioni sono i morti finora accertati. Di questo si è parlato domenica 24 gennaio all’incontro organizzato dal centro culturale “Charles Péguy” in occasione del Giorno della Memoria, che commemora la Shoa degli ebrei, per ricordare che purtroppo nel mondo le Shoa non sono finite. A guidare il pubblico in un viaggio alla conoscenza di una realtà di cui si parla veramente ancora troppo poco sono intervenuti Enzo Rizzo, professore di filosofia e insegnante all’Istituto “Cobianchi” di Verbania, e Paolo Ferrante, insegnante di religione anch’egli al Cobianchi, che ha presentato la mostra realizzata insieme ai suoi alunni, dalla quale è nato anche un libro “Laogai. Una mostra a Verbania sui Gulag cinesi”. Il professor Rizzo ha parlato della sua battaglia e del suo lavoro massiccio per riuscire anche solo a imporre il termine laogai all’opinione pubblica. Perché questa è una parola, sì conosciuta, ma non considerata. “Perché? Come mai c’è un falso pacifismo in Italia, che fa sì che si neghi quello che accade?”, si chiede Rizzo. “Perché il termine pace molto spesso è slegato dai termini a lei strettamente associati, come verità, giustizia e libertà”.

Quindi nel Giorno della Memoria è giusto ricordare la Shoa, ma non si deve perdere di vista l’attuale assetto storico e quello che ancora nel nostro tempo accade: i laogai esistono adesso. “Una certa visone storica imperante”, ha spiegato Rizzo, “che vede gli ebrei salvati dall’Armata Rossa (ma dimentica l’intervento anglo-americano e il fatto che l’Armata Rossa sottomise i popoli che voleva liberare), tende a censurare i crimini comunisti. In realtà, osservando i genocidi del XX secolo si può notare come il materialismo ateistico non abbia prodotto che immani disastri”.
Che cos’è la Cina oggi? Una grande potenza nucleare, che esercita un’influenza molto forte su parecchi paesi, dalla Birmania, alla Corea del Nord, al Nepal, tanto per citarne alcuni. Il partito comunista cinese è autore di azioni raccapriccianti e immani violenze, una per tutte il genocidio dello “sfortunatissimo popolo tibetano”, con 1 milione e 200mila morti. Il professor Ferrante elenca un susseguirsi di cifre da brividi, peraltro mai smentite dalla Repubblica Popolare Cinese: 1422 laogai, dai 3 ai 6 milioni di persone internate e 27milioni di morti. Anche se non si è in grado di conoscere il numero esatto perché è segreto di Stato. Nonostante ciò intorno al termine laogai c’è una grossa censura. Un esempio: prima delle Olimpiadi cinesi, nel marzo del 2008, ci fu una strage di tibetani. “C’è una fetta di umanità che soffre e di cui il mondo non parla” ha esordito il professor Ferrante, che si è servito della mostra, allestita in sala Pusineri, per spiegare che cosa sono i laogai. La mostra, dall’impostazione volutamente didattica, con tante scritte, che illustrano, spiegano raccontano e poche foto significative, vuole testimoniare che queste cose stanno accadendo adesso. E attraverso la mostra Ferrante guida alla scoperta di una realtà sconvolgente.
I laogai, come si è detto, sono i campi di concentramento cinesi, la cui etimologia significa “riforma attraverso il lavoro”. Infatti lo scopo del partito comunista è proprio quello di “riformare” le persone attraverso il lavoro forzato. All’interno dei laogai vi sono criminali comuni, ma anche dissidenti religiosi e politici, intellettuali, giornalisti, insomma tutti coloro che il regime considera pericolosi e dannosi alla sua propaganda.

Particolarmente forte in Cina è la repressione dell’informazione e della politica, nonché quella religiosa ed è grande il numero dei martiri cristiani, ma anche tibetani. Nei laogai si finisce anche senza regolari processi, è sufficiente la decisone della polizia.  “Tutti gli individui presenti nei laogai lavorano gratuitamente per lo Stato”, ha spiegato il professor Ferrante, “e ricevono cibo in proporzione a quanto hanno prodotto. Si può facilmente capire come la fame sia una continua compagna”. Ma non finisce qui “nei laogai si praticano vere e proprie sedute di lavaggio del cervello per ottenere confessioni e denunce, allo scopo di riformare. E poi ancora punizioni corporali e torture indicibili. L’oppositore, politico o religioso, è un malato di mente e come tale deve esser curato, con psicofarmaci ed elettroshock, perché deve guarire dalle sue patologie rivoluzionarie.

Cosa si produce nei laogai? Tutto ciò che troviamo abitualmente in commercio. “La tanto decantata competitività cinese è basata in gran parte proprio sul lavoro svolto nei laogai” è la sconvolgente denuncia di Ferrante. Ed è ancora più sconvolgente scoprire, poiché non sempre si esce vivi dai laogai, che ai morti vengono espiantati gli organi per farne commercio. E non solo gli organi, ma anche ossa, dentiere, tutto torna utile perché tutto è riciclabile per prodotti cha arrivano sul nostro mercato, anche se purtroppo non si può risalire con certezza a ciò che viene prodotto nei laogai.
E allora cosa fare? Che cosa fare di fronte all’orrore, di fronte a quella che sembra una battaglia impari, in cui gli interessi economici internazionali sembrano farla da padrone rispetto alla difesa dei diritti umani? Quando si sa che gli stessi Stati Uniti hanno con la Cina un debito di 800milioni di dollari? E sapendo che la Cina pratica una politica economica da usuraio, non impegnando le proprie ricchezze per far crescere e sviluppare il suo popolo, ma prestando soldi agli altri stati per poterli condizionare politicamente?

Le risposte di Rizzo e Ferrante sono innanzitutto risposte cristiane, guardando come modello a Cristo, il primo dei perseguitati, e invitando all’impegno dei singoli. “Vale la pena lottare perché nessuno muoia per pena capitale soprattutto se innocente”, dice Ferrante, che con i suoi ragazzi, oltre alla mostra, si è reso protagonista di iniziative concrete e con gli insegnanti del comitato Insegnanti No Laogai ha raccolto 1000 firme e inviato una lettere al Presidente della Repubblica per sollecitarlo a una presa di coscienza più concreta, lettera a cui peraltro il presidente ha risposta con una fredda e insoddisfacente missiva, che si può leggere nel libro.

Per chi vuole agire concretamente, però, ci sono alcune proposte che i due professori hanno invitato a prendere in esame e che vi sottoponiamo.
Innanzitutto parlare e far conoscere i laogai attraverso incontri e conferenze, boicottare il made in Cina, avviare e sottoscrivere petizioni e anche esortare le amministrazioni comunali dei propri paesi ad acquistare libri sul tema per la biblioteca, a concedere la cittadinanza onoraria a qualcuno dei sopravvissuti o a intitolare una strada del proprio paese “No Laogai”.  Ci sono poi molti siti internet, nazionali e internazionali, che possono essere illuminanti sull’argomento e, siccome anche noi di Vco Flash vogliamo fare la nostra parte, ve li segnaliamo qui di seguito, invitandovi caldamente a visitarli:
www.amnesty.org, www.asianews.it, www.clearharmony.net, www.comunitatibetana.org, http://www.dossiertibet.it/, http://www.dossiertibet.org/,  www.falundafa.it, www.falundafa.org, www.italiatibet.org, www.laogai.it, www.laogai.org, www.savetibet.org.

La mostra curata dal prof. Ferrante e dai suoi alunni è visitabile presso il Centro studi rosminiani di Stresa venerdì 29, sabato 30 e domenica 31 gennaio dalle 15 alle 17. A richiesta visite guidate per scuole e private

Paolo Ferrante e Enzo Rizzo

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