L’allarme di Wen Jiabao: Se tocchiamo lo yuan, rischiamo la rivolta sociale

“Non c’è alcuna ragione per un apprezzamento drastico dello yuan, che tra l’altro non è la causa del deficit commerciale degli Stati Uniti. Se aumentassimo il valore del 20%, non possiamo neanche immaginare quante aziende cinesi sarebbero costrette a chiudere, quanti lavoratori diverrebbero disoccupati e quanti migranti sarebbero costretti a tornare in campagna”. Lo ha dichiarato a New York il premier cinese Wen Jiabao, in risposta alle domande sempre più pressanti degli Stati Uniti che accusano Pechino di mantenere la moneta artificialmente bassa. “Non c’e’ nessuna ragione per un apprezzamento drastico dello yuan – ha detto Wen parlando al Comitato d’affari Usa-Cina, che raggruppa gli uomini d’affari dei due Paesi – Se il renminbi si rafforzasse del 20-40% come chiede il governo americano, non sappiamo quali e quanti esiti importanti e travagliati si abbatterebbero sulla società cinese”. Moltissimi analisti hanno da tempo indicato nella situazione sociale della Cina il vero motivo per cui questa si rifiuta di toccare lo yuan: aumentandone il valore aumenterebbero anche i prezzi, mentre i salari rimarrebbero bloccati. Il presidente americano Barack Obama ha promesso giorni fa che avrebbe continuato a fare pressioni sulla Cina perché lasci rafforzare la moneta, dato che il suo tasso di cambio resta ancora fortemente controllato a livello centrale. Il segretario del Tesoro, Timothy Geithner aveva alzato i toni, accusando Pechino di mantenere tassi “troppo rigidi” e di intervenire in modo massiccio per tenere bassa la divisa. É tempo, ha detto, che “la Cina cambi il suo modello economico”. Secondo Wen, invece, il vero problema risiede “nella struttura degli investimenti e degli scambi commerciali: sono questi che causano il surplus cinese. Wen Jiabao è da ieri a New York per prendere parte all’assemblea annuale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: qui incontrerà a porte chiuse il presidente Obama, con cui è previsto un confronto proprio sulla questione valutaria. Lo yuan è stato apprezzato del 2% dallo scorso 19 giugno, quando la Banca centrale cinese ha promesso di lasciare fluttuare la moneta a un tasso di scambio più flessibile dopo averla tenuta fissa, per circa due anni, a un tasso che prevede l’acquisto di 1 dollaro contro 6,83 yuan. Il 21 settembre, lo yuan ha guadagnato lo 0,1%, arrivando a far valere un dollaro 6,7079 yuan. Si è trattato del cambio più alto dalla fine del 1993. La questione valutaria, secondo gli americani, blocca la bilancia commerciale reciproca a favore della Cina. Il commercio americano in beni materiali è cresciuto, nei primi 7 mesi del 2010, rispetto al 2009: ha guadagnato 26,4 punti percentuali rispetto al 2009, ma è comunque del 12,1% al di sotto dei valori del 2008. Invece il commercio cinese è cresciuto del 40%: questi dati, che rappresentano un enorme giro d’affari, rendono inconcepibile l’idea di uno scontro commerciale fra le due potenze. In effetti, gli Stati Uniti puntano non a superare, ma a riequilibrare i rapporti con Pechino. Nei primi 7 mesi dell’anno, l’America ha importato beni dalla Cina per 193 miliardi di dollari,e ne ha esportati per 48,6 miliardi. Le esportazioni sono cresciute rispetto allo scorso anno del 36%, ma restano ancora troppo basse. Se lo yuan venisse apprezzato, i prodotti americani sarebbero più competitivi anche sul mercato cinese.

Fonte: Asia News, 23 settembre 2010

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