L’Africa si è venduta alla Cina: il paese adotterà lo yuan

Mentre il vecchio Robert Mugabe, 91 anni di cui 35 trascorsi nel ruolo di padre padrone dello Zimbabwe, prepara un’improbabile successione al potere della moglie Grace Marufu, 50 anni, il Paese si avvicina sempre più alla Cina, colosso asiatico che in Africa ha sempre più interessi.

Il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping stringe la mano al presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe sotto gli occhi del presidente del Sud Africa Jacob Zuma durante il forum sulla cooperazione China-Africa di Johannesburg, 4 dicembre 2015. REUTERS/SIPHIWE SIBEKO

Il ministro delle finanze del paese africano Patrick Chinamasa, in un comunicato emesso ieri, ha annunciato che è in fase di finalizzazione un accordo tra Zimbabwe e Cina per la cancellazione del debito del paese africano nei confronti del gigante asiatico: lo Zimbabwe infatti adotterà lo yuan a fronte della cancellazione di 40 milioni di dollari di debito con Pechino, cosa che molto probabilmente non solo legherà a doppio filo, saldandoli, i rapporti commerciali tra i due paesi ma che privilegerà i cinesi in termini di interscambio.

Il dollaro zimbabwano era stato introdotto nel 1980 e all’epoca era una delle valute più pregiate del mondo: il 12 aprile del 2009 lo Zimbabwe, in seguito ad un periodo di iperinflazione, ha deciso di abbandonare progressivamente la sua moneta, che era arrivata ad essere la più inflazionata del mondo. Da quel momento il paese ha cominciato ad utilizzare valuta estera, tra cui il dollaro americano, il rand sudafricano, la sterlina inglese e, appunto, lo yuan cinese, nelle transazioni interne: nel giugno di quest’anno, quando la moneta locale ha ufficialmente smesso di avere corso legale, 35 milioni di miliardi di dollari zimbabwiani corrispondevano a un dollaro americano.

L’introduzione dello yuan nel paniere delle valute estere però non implicava anche il suo uso nelle transazioni pubbliche del mercato zimbabwano: dopo lunghe trattative tra il capo della Banca Centrale dello Zimbabwe John Mangudya e la Banca Popolare della Cina si è trovato l’accordo e lo yuan potrà essere utilizzato “in funzione di scambi commerciali tra Cina e Zimbabwe e per i pagamenti correnti in Zimbabwe”.

Il paese africano non si è mai ripreso dalla drammatica recessione economica che lo ha afflitto tra il 1999 ed il 2008, periodo nel quale il Pil si è ridotto del 45 per cento: già in agosto Mugabe aveva indicato la Cina come partner favorito per Harare, indicando proprio il colosso asiatico come la chiave per rilanciare l’economia (che quest’anno potrebbe crescere fino all’1,5 per cento): negli ultimi 5 anni Pechino ha foraggiato Harare con 1 miliardo di dollari di prestiti a tasso agevolato ottenendo in cambio ampie possibilità di manovra in settori come quello energetico e quello minerario.

I primi di dicembre il presidente cinese Xi Jimping ha visitato Harare (la prima volta di un presidente cinese dal 1996) per firmare alcuni accordi con il governo che prevedono il finanziamento di numerosi progetti come ad esempio l’espansione della principale centrale elettrica del paese africano, un accordo che vale 1,5 miliardi di dollari: il gruppo cinese Sinohydro costruirà due nuove unità di generazione nell’impianto a carbone di Hwange aumentando la capacità di erogazione della centrale a 600 megawatt.

Lo Zimbabwe resta uno dei paesi più ricchi di risorse naturali, in particolari minerali, ma anche una delle economie meno libere del mondo secondo Heritage Foundation, cosa che fino ad oggi ha scoraggiato gli investimenti nel paese africano: gli accordi con Pechino però potrebbero cambiare radicalmente le cose e in tal senso la politica di Mugabe, sempre più proiettata verso Oriente, sembra indirizzarsi verso una sostanziale deregulation, la condizione privilegiata dai cinesi per operare in Africa.

Il 2015 verrà ricordato come storico nei rapporti tra la Cina e il continente africano: Pechino, che ha sempre più bisogno di accedere a risorse naturali a basso corso (legname e minerali in particolare) ed enormi passi avanti sono stati fatti nelle relazioni con i paesi africani. A inizio anno la firma di un protocollo d’intesa tra Cina e Unione Africana ha rappresentato il primo grande successo per Pechino nel continente africano: l’obiettivo è trasformare radicalmente l’industria africana e il sistema dei trasporti nel continente con la costruzione di nuove strade, ponti, autostrade e corridoi aerei. Di recente il presidente cinese Xi Jinping ha quantificato gli investimenti cinesi in Africa in 60 miliardi di dollari per i prossimi tre anni. Nell’ottica di un rallentamento della crescita cinese il ministro degli esteri Wang Yi ha assicurato che nel corso dei prossimi cinque anni la Cina importerà 10 mila miliardi di dollari di merci dall’estero ed investirà oltre 500 miliardi di dollari .

Ad oggi sono oltre 3.000 le imprese cinesi che operano in Africa per un totale di oltre 1.000 progetti: il più famoso è la costruzione della nuova ferrovia in Kenya da parte della China Road and Bridge Corporation, che consentirà al paese di diventare l’hub logistico di riferimento per tutta l’Africa orientale. Fare affari con i cinesi è, in tal senso, molto facile e redditizio: dotati di un senso pratico fino al cinismo, i cinesi non si fanno grossi scrupoli in materia di tutela dei lavoratori e diritti umani e sono notoriamente i primi partner commerciali dei regimi africani più corrotti come la Guinea Equatoriale e lo stesso Zimbabwe. Insomma la Cina ha il vantaggio di non aver alcuna intenzione o desiderio di imporre i propri valori alla gente del posto o ai loro governi, non vincolando in alcun modo i propri investimenti a questioni politiche o umanitarie.

Oltre agli interessi economici Pechino si accosta sempre più al continente africano anche per interessi più strategici: la Repubblica Popolare ha firmato un contratto di leasing decennale con Gibuti, nel Corno d’Africa, per costruire la prima base militare cinese su suolo africano: la sicurezza sarà un settore chiave nella futura cooperazione tra Pechino e l’Unione Africana.

Blitz quotidiano,24/12/2015

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