La vera sfida cinese

Il summit Ue-Asia del 4 e 5 ottobre avrebbe dovuto rafforzare la cooperazione per combattere la crisi economica mondiale. Ufficiosamente tutti sapevano che i rappresentanti dell’Unione avrebbero provato a convincere la Cina a rivalutare lo yuan. Il progetto è naufragato quando il primo ministro cinese Wen Jiabao ha avvertito i suoi interlocutori che ogni tentativo di fare pressione su Pechino era destinato a fallire. Nel frattempo, un numero sempre maggiore di esperti sottolinea lo squilibrio di fondo delle relazioni bilaterali, incarnato dai 13 miliardi di euro di deficit commerciale dell’Unione nei confronti della Cina. “Per molti anni l’Unione ha adottato con Pechino una politica d’attrazione senza condizioni, che si è risolta in un vero e proprio fiasco. Gli investitori cinesi spadroneggiano in Europa, mentre gli europei sono spesso allontanati dalla Cina”, scrive su Gazeta Wyborcza François Godement dell’European council on foreign relations. Negli ultimi tempi le imprese cinesi hanno iniziato a penetrare in Europa dalla porta di servizio. Gli imprenditori cinesi hanno lanciato un salvagente alla Grecia indebitata fino al collo, e Pechino ha aggiunto la promessa di giganteschi investimenti nelle infrastrutture, in particolar modo nella modernizzazione delle ferrovie greche. Inoltre la Cina ha rilevato, al costo di oltre tre miliardi di euro, il porto commerciale del Pireo. In Serbia, candidata all’ingresso nell’Unione, i cinesi costruiranno un porto sul Danubio. Che fare? L’Unione potrebbe seguire l’esempio degli Stati Uniti e aumentare le tasse sui prodotti cinesi o introdurne di nuove. Nel frattempo si potrebbe continuare a fare pressione su Pechino affinché rivaluti la propria moneta. Ma come ha scritto su Time il politologo statunitense Fareed Zakaria, è una lotta senza speranze. Neanche un aumento del 20 per cento del valore dello yuan basterebbe a rendere le compagnie europee e statunitensi più competitive, e i prodotti asiatici non sparirebbero di certo dagli scaffali dei nostri negozi. Tutt’al più le magliette cinesi verrebbero rimpiazzate da quelle prodotte in Vietnam o in Bangladesh. Zakaria preferisce concentrarsi su un problema ben più grave: la crescente competitività della Cina nell’ambito dell’educazione e dell’economia della conoscenza. In dieci anni gli investimenti di Pechino nell’istruzione sono triplicati, il numero delle università raddoppiato e il numero di studenti quintuplicato. Se si tiene conto del calcolo effettuato dal premio Nobel Robert Fogel, secondo il quale un impiegato in possesso di un diploma di scuola superiore è tre volte più produttivo di uno che si è fermato alla licenza elementare, è facile immaginare che i problemi economici attuali con la Cina non sono che un antipasto della vera battaglia che saremo costretti a combattere nel giro di cinque anni.

Fonte: Finanza in Chiaro, 14 ottobre 2010

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