La strage degli innocenti: che accade nella Cina del figlio unico

Harry Wu, il dissidente cinese fondatore della Laogai Research Foundation, spiega quali sono le conseguenze e i risultati della politica demografica cinese in un libro tradotto in Italia con il titolo Strage di innocenti e che nella edizione originale è presentato con un titolo altrettanto eloquente: Better ten graves than one extra birth

di Anna Bono

La politica del figlio unico è stata inaugurata in Cina nel 1979 con l’obiettivo di contenere la crescita demografica. Da allora senza il consenso del governo è vietato procreare. Pianificazione familiare e controllo delle nascite nella definizione cinese sono diventate infatti “riproduzione di bambini meccanica e controllata dallo stato”: in altre parole, non i coniugi, non gli individui, donne e uomini, ma “lo stato decide quanti bambini può avere una famiglia e a che distanza di tempo l’uno dall’altro, in base alle esigenze dello sviluppo economico”. Attualmente 520.000 impiegati a tempo pieno e più di 83 milioni di impiegati part time – chiamati “cellule” – lavorano alle dipendenze della Commissione di stato incaricata di organizzare in tutto il paese i piani di procreazione, che variano da regione a regione e di anno in anno, e per far sì che essi vengano rispettati.

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Harry Wu, il dissidente cinese fondatore della Laogai Research Foundation, spiega in che modo la Commissione ottiene l’obbedienza della popolazione e, a distanza di 30 anni, quali sono le conseguenze e i risultati del piano in un libro tradotto in Italia con il titolo Strage di innocenti e che nella edizione originale è presentato con un titolo altrettanto eloquente: Better ten graves than one extra birth (Meglio dieci tombe che una nascita fuori piano).

L’espressione evoca la brutalità con cui le autorità cinesi impongono la pianificazione delle nascite: il che tuttavia non impedisce che i trasgressori si moltiplichino. I cinesi che non possono contare su una vecchiaia garantita da pensioni e da altre forme previdenziali vedono infatti nei figli una risorsa necessaria e comunque ritengono essenziale generare dei figli maschi ai quali il sistema tradizionale di parentela unilineare affida la continuità del nome e l’eredità dei beni di famiglia. Così molti, persino se convinti dell’utilità di una politica demografica rigorosa, considerano il loro caso eccezionale e cercano di sottrarsi alla legge.

Ma, se scoperto, il mero tentativo di evitare l’obbligatorio uso della spirale uterina e altri sistemi contraccettivi comporta la sterilizzazione forzata e multe ingenti e le conseguenze di una gravidanza fuori piano possono addirittura compromettere il futuro di un’intera famiglia. Se individuata prima del parto, la madre disobbediente è costretta ad abortire, anche al nono mese, e poi viene sterilizzata a forza. Se fugge, i suoi parenti vengono arrestati e tenuti in carcere finché lei non si “costituisce”. Se riesce a dare alla luce il figlio, l’attende la sterilizzazione e di solito il bambino le viene sottratto ed è lasciato morire. I dipendenti della Commissione inoltre hanno facoltà, e lo fanno di continuo, di radere al suolo l’abitazione della famiglia colpevole e di confiscarne i beni, lasciandola in miseria.

Secondo il governo cinese tutto ciò è a fin di bene e le Nazioni Unite ne sembrano convinte tanto da sostenere la politica del figlio unico tramite il loro Fondo per la popolazione e lo sviluppo. Peraltro l’obiezione più ragionevole alla limitazione forzata delle nascite, al di là di ogni considerazione sui diritti umani violati in nome di un bene superiore, è che storicamente il più efficace controllo demografico è lo sviluppo economico e sociale che riduce sempre stabilmente il tasso di natalità per spontanea scelta delle famiglie di avere meno figli. In più i costi dell’apparato repressivo cinese sono astronomici: con il bilancio di un solo anno si potrebbero ad esempio costruire 26.000 scuole. Vi è poi da considerare il danno dell’ammontare enorme di risorse sottratte alla popolazione sotto forma di sanzioni per violazioni delle norme di pianificazione familiare e di estorsioni e ricatti praticati senza ritegno dalle cellule e dalle forze dell’ordine che, inoltre, arrotondano le loro entrate lasciandosi corrompere da chi, deciso ad avere più di un figlio, ha abbastanza denaro da comprarne la complicità e il silenzio.

Ma i costi della politica demografica cinese sono ben altri ancora. Il primo, incalcolabile, è la salute di milioni di donne più o meno gravemente compromessa dagli “interventi contraccettivi” forzati. In secondo luogo vi è il rapido invecchiamento della popolazione. Nel 2030 il 23% dei cinesi avrà tra 60 e 65 anni e gli over 65 saranno il 16%: la vera sfida economica sarà allora come assistere così tanti anziani e come compensare una forza lavoro in constante calo percentuale. Già ora milioni di coniugi, entrambi figli unici, devono provvedere a quattro genitori e a otto nonni senza il supporto di piani previdenziali. Poi va messo in conto il crescente divario tra le nascite di maschi e di femmine: 119 su 100. Questo è dovuto al fatto che, soprattutto al primo figlio, accade che si abortiscano le femmine, se si individua il sesso del feto grazie a un’ecografia, oppure che si uccidano subito dopo il parto per poter avere il permesso di una seconda gravidanza sperando in un maschio. Secondo l’OMS tra il 1980 e il 1997 sono mancate all’appello in Cina circa 50 milioni di bambine vittime di aborti selettivi e infanticidi. Una percentuale di bimbe mancanti va però inclusa nel numero dei neonati non registrati all’anagrafe, e quindi privi di esistenza legale, per nasconderne l’esistenza, non incorrere in sanzioni e ottenere l’autorizzazione ad altre gravidanze.

Inoltre, alla politica del figlio unico si deve il fenomeno dell’abbandono dei neonati e quello del traffico delle donne, preferibilmente bambine e adolescenti, acquistate o rapite nei paesi vicini per ovviare alla disparità di cui si è detto che lascia senza mogli un numero sempre maggiore di uomini: 32 milioni al momento in cui il libro di Harris andava in stampa negli Stati Uniti nel 2004. Sembra infine riconducibile almeno in parte alla politica del figlio unico anche il numero in aumento dei suicidi femminili.

Altri danni ancora, incommensurabili, riguardano la sfera morale: illegalità e corruzione diffuse, abitudine alla delazione incoraggiata dalle cellule per scovare i cittadini che non rispettano la legge, un conseguente clima di sospetto e diffidenza che avvelena i rapporti di vicinato.

E che dire di un paese che pratica il traffico a scopo alimentare di feti abortiti? Si vorrebbe dubitare della veridicità dei casi ripetutamente denunciati dai rifugiati cinesi all’estero. Ma è innegabile invece il commercio tollerato, se non legalizzato, delle placente, ritenute “cibo salutare ed energetico”. Anche questo succede nella Cina del figlio unico, come testimonia una immagine in appendice al libro di Harris che riproduce uno dei “buoni placenta”, con tanto di data di scadenza e specificazione di non essere in vendita, emessi in favore dei propri impiegati dall’ospedale ginecologico del Nanjing.

Apparso su L’Occidentale, 29 agosto 2009

Articolo su “L’Occidentale
Harry Wu, strage di innocenti, Guerini e Associati, Milano, 2009, pp.185. Per acquistare il libro clicca qui

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