La sedia vuota e il Potere

Non sarà stato un tentativo di colpire il governo cinese, come ha più volte ripetuto in questi giorni Thorbjoern Jagland presidente del Comitato Nobel, ma certo dopo la cerimonia che si è svolta ieri mattina ad Oslo, il dissenso cinese è meno isolato.

La sedia vuota di Liu Xiaobo è divenuta in un baleno un simbolo dell’arroganza e della brutalità della nomenklatura di Pechino. In Cina, oltre alle consuete censure della Rete, da ieri è proibito anche l’uso dell’espressione “sedia vuota” ma questo divieto non sta impedendo sui siti dei blogger la comparsa di migliaia di fotografie di sedie vuote. E mentre le firme in favore del documento Charta 08, di cui Liu è il principale animatore, hanno superato le 100.000 la consegna del Premio si è tenuta in un’atmosfera di forte tensione emotiva. E’ probabile che se al dissidente fosse stato permesso di partecipare, l’emozione in sala sarebbe stata minore. Le chiare parole di Jagland, che quando ha chiesto l’immediata liberazione di Liu hanno strappato al pubblico una fragorosa standing ovation, le note di una struggente melodia suonata in un silenzio pietrificato dal violinista sino americano Lynn Chang e, soprattutto, uno scritto di Liu letto con trattenuta commozione dall’attrice Liv Ulmann, hanno conferito all’avvenimento una potenza drammatica rara.
E se mancavano i rappresentanti di sedici nazioni, sono stati ben quarantotto i governi che hanno deciso di ignorare le ripetute minacce cinesi ed essere presenti a quella che ieri era stata definita dalla portavoce del ministero degli esteri di Pechino, “una pagliacciata politica e un’interferenza grossolana negli affari interni della nostra repubblica”. Inoltre il presidente americano Obama ha ribadito la richiesta d’immediata liberazione di Liu Xiaobo, aggiungendo che si merita il Nobel molto più di lui. Dichiarazione che forse non faciliterà l’imminente viaggio in Cina del segretario alla difesa statunitense Robert Gates.
Negli occhi del gruppo di esponenti del dissenso presenti alla cerimonia si poteva leggere la soddisfazione per questo riconoscimento che premia il lavoro, l’impegno, il coraggio dell’intero variegato universo dell’opposizione cinese. E mentre dalla Cina giungono le immagini di una Pechino blindata da polizia ed esercito dove non è stato possibile a una troupe della CNN fare un collegamento dall’esterno della casa di Liu in cui la moglie vive da ottobre agli arresti domiciliari, da Oslo parte invece un messaggio di speranza. La speranza che anche lo sterminato pianeta Cina possa inizare ad imboccare la strada di un cambiamento positivo. “Oggi può essere un giorno importante”, ha detto un ragazzo cinese presente al piccolo presidio di solidarietà che si teneva all’esterno del Palazzo del Nobel, “anche se il governo comunista sta cercando di far passare l’idea che questo riconoscimento sia un’aggressione contro il nostro Paese e un tentativo di imporci valori che non ci appartengono, la gente ormai è sempre meno disposta a credere a questo tipo di propaganda e comincia ad essere stufa del regime autoritario che ci governa da troppo tempo”.
Difficile dire se queste parole rispecchino la realtà, certo però che l’atteggiamento tenuto da Pechino in quest’occasione non sembra essere quello di chi è tranquillo e consapevole della propria forza. L’arresto di chiunque fosse ritenuto in procinto di recarsi a Oslo, il grottesco giro di vite su Internet, la dura contestazione del Comitato Nobel, la campagna d’intimidazione rivolta contro gli stati che intendevano partecipare, sono segnali che non pare confermino quell’immagine di una Cina forte, autorevole, stabile, “armoniosa”, che Pechino cerca con ogni mezzo di veicolare nel mondo. Perfino l’alto commissario per i Diritti Umani dell’ONU, la signora Navi Pillay, ha fatto sentire la sua protesta per quanto accaduto. E si tratta di un’istituzione non certo sospettabile di eccessivo rigore nei confronti della Cina.
Un altro importante esponente dell’opposizione cinese, Wei Jinsheng, molto critico nei confronti delle posizioni di Liu e di Charta 08 da lui ritenute troppo moderate, pensa che, “La gente ormai si sta rendendo conto che il Partito Comunista non cambierà mai e quindi lo si dovrà sostituire con un regime democratico a tutti gli effetti. Non sarà facile ma sarà possibile”.
Certo per quanti della Cina conoscono solo i numeri dello sviluppo economico o gli abbaglianti profili dei grattacieli di Shangai, le speranze del dissenso potranno apparire come le farneticazioni di un piccolo gruppo di esaltati. E forse si dovrebbe dar loro ragione. Se non fosse per come Pechino ha reagito all’assegnazione del Nobel al mite Liu Xiaobo. Se non fosse per la probizione di quelle due innocue parole. Se si arriva al punto di aver paura di un’epressione come “sedia vuota”, la sedia su cui poggia il Potere potrebbe non essere molto solida.

Piero Verni

Fonte: Il Riformista, 11 dicembre 2010

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