La rivolta nell’ex Turkestan orientale. Cina: un Xinjiang rosso, di sangue

Hu, dall’Italia, aveva margini stretti di manovra, poteva essere accusato di assenteismo e non poteva essere informato a 360 gradi di quanto stava avvenendo in patria, in modo da poter anche rispondere eventualmente di fronte ai leader del G8.Lontano Hu, il ministro degli Esteri Franco Frattini che poche ore prima aveva ricevuto il collega Yang Jiechi, ha fatto un appello affinché «quelle condanne non vengano né comminate né eseguite».

«La Cina rispetta la forza, solo la forza – osserva Wu – E’ solo adottando una posizione forte contro le violazioni dei diritti umani che avvengono quotidianamente che la comunità internazionale sarà in grado di porre fine alle perenni sofferenze della popolazione cinese». Gli uiguri, denuncia Rebiya Kadeer, come i tibetani e tutti i cinesi «sono vittime della politica del governo».

Tutti su Internet, come in Iran. L’implacabile macchina della repressione cinese anche questa volta ha subito tentato di mettere il bavaglio a Internet, che, hanno fatto sapere martedì i responsabili cinesi, «è stato bloccato in alcune zone di Urumqi» per «fermare rapidamente le proteste e impedire che la violenza arrivi in altre zone». Eppure, come in Iran, è stato in parte il web a non far calare il silenzio su quanto avvenuto nel Xinjiang, grazie ai social network e a YouTube. Con il telefonino in mano c’è anche chi a Urumqi ha mostrato la foto del marito che viene arrestato. Per la Cina, che pure ha concesso a una sessantina di giornalisti stranieri di entrare nel capoluogo del Xinjiang per un “giro di propaganda”, rovinato da una manifestazione di donne uigure, i fatti del Xinjiang restano un affare interno, da cui il mondo deve rimanere fuori, dopo aver capito che gli aggressori sono gli uiguri.

Tra gli Han non manca chi ritiene che il governo non abbia usato il pugno di ferro contro gli uiguri, contro le loro «violenze selvagge», una minaccia per la patria. Le immagini di cadaveri per le strade, quando arrivano sugli schermi delle televisioni cinesi, servono a ricordare dove sta il “Male” e come va affrontato. Il nazionalismo, in Cina, è anche desiderio di stabilità da cui trasuda il timore di fare passi indietro e si traduce in consenso per le politiche di Pechino. Poi ci sono le voci soppresse o inascoltate e il silenzio. E ora l’abilità sta nel riuscire a non spaccare il Paese. A Pechino, da martedì, è sparito un noto economista uiguro. E’ la «società armoniosa», la Cina che si prepara a spegnere 60 candeline.
 

* Wu, classe 1937, da 30 anni vive negli Stati Uniti dopo aver trascorso 19 anni in diversi laogai della Cina. Arrestato nel 1956 per critiche al Partito comunista cinese, Wu, in 12 diversi campi, è stato costretto a estrarre carbone, costruire strade e lavorare la terra subendo pesanti torture. E’ il fondatore della Laogai Research Foundation, con sede a Washington, e autore di Laogai. L’orrore cinese (Spirali, 2008)..

di Alessia Virdis

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