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La ripresa economica cinese non dura nel lungo periodo

E’ l’opinione di molti esperti riuniti a Dalian per un importante Forum economico. Essi dicono che piuttosto che erogare grandi finanziamenti occorre aumentare il consumo interno e la sicurezza sociale. I possibili problemi di liquidità della banche cinesi.

La politica economica della Cina ha il respiro corto, cerca buoni risultati immediati ma non assicura che l’attuale ripresa economica continui nel lungo termine. Le critiche arrivano dagli esperti radunati a Dalian per il 3° Foro Economico, prestigioso convegno annuale chiamato il “Davos estivo” (dal nome della città Svizzera pure sede di un noto incontro annuale).

Pechino ha reagito alla crisi economica globale con finanziamenti pubblici per 4mila miliardi di yuan (oltre 400 miliardi di euro), soprattutto destinati a infrastrutture, e con la disponibilità delle banche a concedere amplissimo credito alle imprese. In questo modo conta di avere una crescita dell’8%, come ha ripetuto nei giorni scorsi, che è anche la soglia stimata per evitare l’aggravarsi della disoccupazione con conseguente crescita delle già diffuse proteste sociali.

Tuttavia gli esperti osservano che questo modello di sviluppo è fondato su una grande mole di continui investimenti e su una supercapacità di produzione, a scapito del consumo interno che rimane basso in proporzione. Gli investimenti pubblici costituiscono il 45% del Prodotto interno lordo, mentre i consumi rimangono al 35%. In questo modo il Paese, fra l’altro, rimane dipendente dalle esportazioni, per le quali non si prevede una prossima né rapida ripresa.

Il professor Xu Xiaonian, professore a Shanghai della Scuola internazionale d’impresa Cina-Europa, ha osservato che “gli investimenti della Cina sono già troppo rilevanti. Gli Stati Uniti consumano troppo, ma la Cina troppo poco… i molti milioni destinati alle infrastrutture… aggraveranno questa distorsione”. Per il medio termine Xu prevede che la crescita diminuirà molto perché “questa ripresa non è sostenibile. Il governo sta estendendo il credito in modo folle”.

Nei primi 6 mesi del 2009 le banche hanno concesso nuovi crediti per 7.370 miliardi di yuan, quantità che molti economisti ritengono “non sostenibile”, anche perché il credito è stato spesso concesso senza controllare come fosse utilizzato, se per investimenti o per pure operazioni speculative, anche ad alto rischio come la borsa. Il timore è che una parte rilevante dei crediti non siano recuperabili, cosa che potrebbe generare nelle banche crisi di liquidità simile a quella sofferta nel 2008 dalle banche Usa per la crisi dei subprime. Proprio un anno fa, il 15 settembre 2008, falliva la Lehman Brothers, 4° maggior banca Usa, dando il via alla peggiore crisi mondiale dal 1930.

Yu Yongding dell’Accademia cinese delle Scienze sociali, vero organi di esperti del governo, ha manifestato l’esigenza che ci siano “maggiore riforme strutturali e minore dipendenza dalle esportazioni”.

Gli fa eco Stephen Roach, presidente della Morgan Stanley per l’Asia, che sottolinea la mancanza della previdenza sociale per il lavoro e insiste che occorre stimolare piuttosto i consumi privati.

Altri esperti osservano che la crisi ha causato oltre 41 milioni di nuovi disoccupati in Cina, di cui 23 milioni sono ancora senza lavoro. Si chiedono come possa parlarsi di ripresa effettiva se la permane questa grave disoccupazione.

Ma il premier Wen Jiabao, pure a Dalian rigetta le critiche e risponde che il governo opera anche maggiori spese per la riforma sanitaria, l’industria medica e per le abitazioni. Dice non “non pensiamo solo a come crescere [dell’8%] quest’anno, ma anche a come ottenere una crescita nel lungo periodo”, senza però spiegare meglio.

 
da Asia news

14/09/2009 11:38