La repressione cinese non si ferma con l’estate

Le autorità cinesi hanno intensificato la repressione contro i dissidenti e gli attivisti per i diritti umani in tutto il Paese. Nell’ultimo mese, secondo i dati del Chinese Human Rights Defender (Chrd), sono stati almeno 8 i casi di gravi violazioni alle libertà civili della popolazione: tutti rivolti contro personalità della dissidenza. Il caso più recente riguarda Pechino, dove la polizia ha intensificato i pedinamenti e la sorveglianza in quasi tutte le case di persone ritenute “ostili” al regime. Zhang Zuhua, esperto di Diritto costituzionale, conferma di avere la polizia non soltanto davanti casa, ma persino sulle scale e nel garage. He Depu, Zha Jianguo, Gao Hongming e Liu Di – tutti dissidenti – sono tenuti sotto sorveglianza 24 ore al giorno e sono costretti a rimanere in casa. Non è chiaro il motivo di questa ondata di repressione, ma alcune fonti indicano la visita del presidente filippino, la Fiera internazionale del Libro e la visita di una delegazione europea nella capitale. Tuttavia, la violenza non si limita a Pechino. Lo scorso 30 agosto Zhang Haitao, attivista per i diritti umani di Urumqi (capitale della provincia settentrionale del Xinjiang) è stato trascinato in strada e picchiato dalla polizia, che l’ha poi portato in cella. Dopo tre ore di pestaggi è stato rilasciato, ma gli è stato intimato di “non farsi vedere” al China-Eurasia Expo, che si è aperto ieri in città. Sempre il 30 agosto, la polizia ha arrestato senza alcuna prova Wang Qungfeng, della contea di Lushi (provincia dell’Henan). La donna è stata torturata per aver presentato una petizione al governo centrale di Pechino. Arrestata in piazza Tiananmen, è stata rimandata nella sua contea e condannata a 10 giorni di galera per “aver infranto l’ordine pubblico e sociale”. Ma gli agenti non hanno informato la famiglia, e questo è illegale. Infine c’è il caso di Guo Nana che, insieme ad altri 5 cittadini dello Shandong, è stata arrestata sempre per aver portato una petizione a Pechino. Il gruppo è stato spostato in 4 prigioni diverse nel giro di 10 giorni per evitare che le famiglie li trovassero. Si erano presentati nella capitale il 12 agosto per protestare contro le demolizioni forzate delle loro case: al momento, non si hanno loro notizie.

Fonte: Asia News, 2 settembre 2011

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