La promessa mancata della Cina: niente stop al consumo di animali selvatici

La sospensione decisa a febbraio nel clou della pandemia avrebbe dovuto tradursi in legge: ma l’Assemblea nazionale prende tempo. La paura che si risolva in un nulla di fatto come accaduto con la Sars nel 2003.

 

A febbraio la Cina si era impegnata a eliminare dalle tavole e dalle bancarelle dei mercati gli animali selvatici, riconosciuti come possibili serbatoi del nuovo coronavirus. Oltre tre mesi fa Pechino ha sospeso la vendita e il consumo di carne di animali selvatici, bloccando di colpo un business da più di 18 miliardi di dollari, che dà lavoro a oltre 6 milioni di cinesi soltanto negli allevamenti. La sospensione decisa dai vertici dell’Assemblea nazionale avrebbe dovuto confluire in una legge organica nel giro di qualche settimana. Ma del provvedimento ancora non c’è traccia. Del resto non è facile per il Paese proseguire su questa strada. Da febbraio ad oggi sono milioni i lavoratori del settore rimasti senza lavoro e pieni di debiti. Il loro destino economico e le scappatoie trovate da molti nelle restrizioni imposte, stanno minando la promessa della Cina di imporre un divieto permanente: l’Assemblea nazionale del popolo ha aggiornato la sua seduta annuale senza adottare nuove leggi che avrebbero posto fine a questo commercio.

L’aula ha invece emanato una direttiva per studiare l’applicazione delle regole correnti prima di abbozzare la legge, un processo che potrebbe richiedere un anno o due, stima il il New York Times.
Pechino insomma prende tempo.Un atteggiamento che ricorda quanto accaduto nel 2003 con la Sars, quando il Paese bandiva le vendite di civette delle palme e di 53 altre specie selvatiche, salvo far scadere quei divieti temporanei pochi mesi dopo, per le proteste e usando come giustificazione un nuovo studio «in discolpa» delle civette. Da allora, più nulla: in quel silenzio normativo si è incubata SARS-CoV-2, partita, a quanto pare, da un wet market di Wuhan.

Prima o poi la questione andrà presa frontalmente, scriveva un mese fa Sandro Modeo sul Corriere , auspicando risultati più risolutivi del divieto di consumo di cani e gatti (annunciato il 10 aprile: qui l’articolo), e quindi in pressioni molto più consistenti di quelle della Ong cinese per la biodiversità (si veda l’intervista del Corriere al suo capo Zhou Jinfeng). «Ci vorranno pressioni politico-economiche della comunità internazionale, con conseguenti tensioni nei rapporti tra Stati. Tenendo conto di una difficoltà ulteriore: il fatto che i divieti relativi potranno alimentare la vendita illegale. Ma un’azione di peso è inderogabile».

Fonte:Corriere della Sera,09/06/2020

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