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La porta santa non si apre perchè monsignor Ma Daqin non si vuol convertire al marxismo

Nel mondo saranno aperte quasi 10 mila porte sante in occasione del Giubileo della misericordia. C’è solo una città dove il rito è stato rimandato sine die: Shanghai.

Secondo la versione ufficiale, la cattedrale della capitale economica della Cina sta restaurando la facciata e bisogna attendere la fine dei lavori.

Ma c’è anche un altro motivo se la cerimonia è stata sospesa: il vescovo della diocesi, Taddeo Ma Daqin, è agli arresti domiciliari da oltre tre anni. Monsignor Ma, 48 anni, è stato ordinato vescovo ausiliario di Shanghai e arrestato a distanza di pochi minuti. Era il 7 luglio 2012 e più di mille persone affollavano la cattedrale di Sant’Ignazio.

Al termine della messa, Ma ha annunciato dal pulpito: «Con questa ordinazione, io mi consacro al ministero episcopale e all’evangelizzazione. Per questo, da oggi in poi, non sarò più membro dell’Associazione patriottica». I fedeli sono scoppiati in un applauso scrosciante, ma il partito comunista non l’ha presa bene. Appena uscito dalla chiesa, monsignor Ma è stato arrestato.

L’Associazione patriottica (Ap) è un surrogato della Chiesa cattolica creata da Mao Zedong nel 1958. Tra i suoi scopi c’è quello di istituire una Chiesa indipendente dal Papa, ritenuto dal Grande timoniere «il servo del capitalismo». A tutti i sacerdoti è richiesto di aderire all’Ap, che Benedetto XVI ha definito «inconciliabile con la dottrina cattolica».

Monsignor Ma ha deciso di obbedire al Papa, non al partito. Ed è stato arrestato. Il vescovo è stato rinchiuso nel seminario di Sheshan alle porte di Shanghai «per riposare» e la Conferenza episcopale cinese, non riconosciuta dal Vaticano, gli ha revocato il titolo di vescovo.

Il 27 aprile 2013, infatti, monsignor Jin Luxian, alla guida della diocesi, è morto e Ma ha preso a tutti gli effetti il suo posto. Savio Hon, segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, da Roma ha confermato: «Ma è il legittimo vescovo di Shanghai».

Il presidente onorario dell’Ap, Anthony Liu Bainian, non si è dimostrato dello stesso avviso: «Come potrebbe diventare responsabile di una diocesi grande come Shanghai? È plagiato da forze straniere, ma se riconosce i suoi errori può essere riabilitato».

Per convincerlo, il partito sottopone il vescovo da tre anni a corsi di rieducazione sul marxismo. In estate, gli ha fatto una proposta: «Se accetti di diventare leader dell’Ap, puoi tornare vescovo».

Questa la risposta di Ma: «Preferisco che mi lasciate morire». Ecco perché, secondo una nota ufficiale del partito, «deve continuare la sua azione di pentimento e riflessione». Nel frattempo, a capo della diocesi è stata posta una commissione di cinque persone, che ha deciso di trasferire decine di milioni di yuan di proprietà della Chiesa sui conti del governo.

Il caso del vescovo di Shanghai è anche al centro del dialogo segreto tra Cina e Vaticano, che dall’elezione di papa Francesco si sono incontrati due volte. Dei colloqui si sa poco, monsignor Ma però non sembra risentire dell’incertezza della sua condizione.

Attraverso il vescovo emerito di Hong Kong, cardinale Joseph Zen, ha fatto sapere al Papa: «Non smetta di predicare la verità per timore di causarmi problemi». Anche i cattolici di Shanghai sembrano rinfrancati dalla testimonianza del coraggioso prelato.

Un fedele ha commentato così un articolo scritto da Ma nel suo microblog: «Voi potete restringere la sua libertà, ma non potete scuotere la sua fede. Potete demolire le nostre chiese, ma Dio ricostruirà il Suo tempio nei nostri cuori per sempre». La guerra santa comunista non vincerà mai.

Il Giornale.it, 29/12/2015