La piaga della tortura “ancora diffusa” nel sistema sociale cinese

Il Rapporto del China Human Rights Lawyers Concern Group presenta casi di violenze efferate contro gli avvocati che difendono i diritti umani in Cina. La storia di Liu Shihui, cui la polizia ha spezzato i piedi perché parlava della Rivoluzione dei Gelsomini, e quella di altri campioni della democrazia che pagano con la violenza il proprio impegno per un vero stato di diritto nel Paese.

Pechino – Anche se il governo cinese ha dichiarato illegale la tortura nel 1996, questa rimane una pratica “diffusa” nelle carceri e nelle caserme nazionali, dove viene usata per estorcere confessioni e “dissuadere” attivisti e avvocati che operano per i diritti umani a proseguire nella loro battaglia. È la denuncia presentata dall’ultimo Rapporto pubblicato dal China Human Rights Lawyers Concern Group, gruppo che riunisce avvocati e procuratori impegnati nella lotta per l’affermazione dello stato di diritto in Cina.

Il Rapporto è stato pubblicato a margine della Giornata mondiale contro la tortura: “Anche se il governo ha messo fuori legge la tortura nel 1996 – si legge nel testo – alla legislazione cinese manca una precisa definizione di cosa sia la tortura. In questo modo gli agenti di pubblica sicurezza hanno una scappatoia legale per continuare a infliggerla ai detenuti. Pechino ha inoltre ratificato la Convenzione Onu contro la tortura, ma non ha dato implementazione agli articoli 1 e 4, quelli relativi alla tortura psicologica e alle confessioni estorte con la violenza”.

Per sostenere la propria denuncia, gli autori presentano nel Rapporto alcuni casi “eclatanti” di tortura contro i legali che cercano di sfidare la repressione del regime nelle aule di tribunale. Fra questi vi sono Gao Zhisheng, dissidente e avvocato cristiano noto per la sua difesa delle minoranze religiose; Ni Yulan, che ha lavorato per più di 10 anni nella difesa dei membri del Falun Gong; Zhu Yubiao, uno degli ultimi avvocati a essere condannati per “attività contro-rivoluzionarie”; Tang Jitian, figura-simbolo del movimento weiquan [per la protezione dei diritti].

Per dimostrare che la tortura ha un uso soprattutto politico, il Rapporto cita la storia di Liu Shihui, avvocato per i diritti umani, che il 20 febbraio del 2011 ha messo su internet un messaggio: “Questo pomeriggio alle due ho un appuntamento con la signorina Jasmine al Parco del popolo di Guangzhou. Non è una cosa privata, chi vuole venire è il benvenuto”. Il riferimento implicito è alla Rivoluzione dei Gelsomini [“Jasmine” vuol dire gelsomino] in corso nei Paesi dell’Africa settentrionale.

Anche se è probabile che il messaggio di Liu fosse un invito a una manifestazione pacifica, la reazione della polizia è stata tremenda. Cinque agenti di sicurezza lo hanno fermato mentre andava verso il Parco e gli hanno spezzato i piedi. Poi lo hanno portato via e tenuto in detenzione – senza passare da un tribunale – per 108 giorni: cercando di farlo confessare, lo hanno privato del sonno per 5 giorni consecutivi. Le gambe non curate, nel frattempo, hanno raddoppiato di dimensione.

Non riuscendo a ottenere nulla, la polizia lo ha poi liberato, ma gli hanno distruto computer e archivi, che contenevano 20 anni di documenti legali. In seguito, Liu viene sfrattato di casa e gli viene comminata una multa di 300mila yuan (circa 28mila euro). Nell’aprile del 2013, mentre cammina per strada a Suzhou, viene picchiato da agenti in borghese.

Nelle conclusioni, gli autori del testo scrivono: “La modernizzazione e la crescita economica della Cina non hanno migliorato la situazione di uno Stato governato da un Partito unico in maniera autoritaria. Le violentissime repressioni contro il movimento dei Gelsomini e la censura spietata riflettono un deterioramento dei diritti umani. Tuttavia le crescenti pressioni della comunità internazionale, la maggiore consapevolezza della popolazione e il movimento weiquan hanno messo davvero in dubbio questo status quo”.

di Chen junWei, AsiaNews, 24 Luglio 2013.

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