La persecuzione dei cattolici in Cina

Cattolici perseguitati e fatti sparire. Chiusi nei campi di concentramento, mascherati da industrie e fattorie, insieme ad esponenti di altre religioni e dissidenti, dove lavorano 15-16 ore al giorno per fabbricare prodotti che poi vengono esportati a prezzi competitivi e che noi acquistiamo sui nostri mercati. Il numero dei campi è segreto di Stato. I dissidenti ne hanno contati almeno mille. Da tre ai cinque milioni, le persone rinchiuse attualmente. Come bestie. Con un sistematico lavaggio del cervello, vengono rieducati. Si stima che dal 1949 siano state incarcerate nei laogai da 40 a 50 milioni di persone, mentre 314 sono le imprese commerciali catalogate nel database Dun & Bradstreet collegate a dei campi di concentramento e 110 sono i laogai che pubblicizzano le loro attività sul web in lingua inglese e altre lingue, incluso l’italiano. Questa è la realtà cinese. Descritta, attraverso l’uso di ampie fonti documentarie, da un libro pubblicato in questi giorni, “La persecuzione dei cattolici in Cina”, edizioni Sugarco, a cura di Francesca Romana Poleggi, da un’idea della sezione italiana della Laogai Research Foundation Italia, che collabora con la sede di Washington per sensibilizzare i mass media e le autorità politiche occidentali sulla continua violazione dei diritti umani in Cina. Negli ultimi due anni, si è molto intensificata la repressione nei confronti dei cattolici, considerati pericolosi sovversivi al soldo di una potenza straniera (lo Stato del Vaticano). Il 30 gennaio 2012, sono stati arrestati cinque sacerdoti della comunità clandestina di Suiyuan, nella Mongolia interna. Padre Giuseppe Zhang, amministratore della Diocesi, padre Giuseppe Ban, rettore del seminario clandestino e tre parroci, i padri Ding, Wang e Zhao, sono stati prelevati da più di trenta poliziotti mentre erano radunati in una casa privata. “Questi cinque nomi – sottolinea il libro – fanno parte di un elenco infinito. Le liste dei morti e dei perseguitati che di tanto in tanto vengono pubblicate dalle associazioni umanitarie o dalle congregazioni religiose sono così lunghe da rendere impossibile in queste pagine dar conto e dar voce a tutti quanti”. “Il regime di Pechino teme il cristianesimo, come le tenebre odiano la luce”, ha dichiarato nel 2011 il presidente di China Aid, Bob Fu, uno degli intellettuali di Piazza Tienanmen sfuggito al massacro del 4 giugno 1989. “I cristiani – ha aggiunto – dimostrano integrità, amore e perdono. Per le ‘tenebre’ queste sono minacce, sfide al loro potere: è una lotta tra il bene e il male”. Nella comunità internazionale – tutta dedita ad elogiare la crescita, la ricchezza, le conquiste tecnologiche della Cina e a creare relazioni commerciali – solo la Chiesa Cattolica ha il coraggio di criticare apertamente e duramente Pechino. Il 30 giugno del 2007, nella lettera ai cattolici cinesi, Benedetto XVI scrisse, tra l’altro: “La soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime autorità civili; nello stesso tempo, però, non è accettabile un’arrendevolezza alle medesime, quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa”. Le autorità civili, aggiunse il Papa, “sono ben consapevoli che la Chiesa, nel suo insegnamento, invita i fedeli ad essere buoni cittadini, ma è altresì chiaro che essa chiede allo Stato di garantire ai cittadini cattolici il pieno esercizio della loro fede, nel rispetto di un’autentica libertà religiosa”. Era un monito alle autorità ed anche un incoraggiamento a tutti coloro che in Cina soffrono per la loro fede religiosa, ai quali, come dice il Cardinale Joseph Zen Ze Kiun, Vescovo Emerito di Hong Kong, “nessuno potrà togliere la gioia e la bellezza di essere discepoli di Gesù”.

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Danilo Quinto

Fonte: Radici Cristiane, luglio 2012

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