La paura in Cina tocca anche i produttori di cortometraggi

Nelle mie continue letture sul Paese che mi ospita mi sono imbattuta in un suggestivo resoconto che la filmmaker Nanfu Wang ha fatto della sua ultima esperienza in Cina.

Nanfu è cinese di nascita, in Cina è cresciuta, ma ha studiato in America e là vive, attualmente. Nel 2013 decide di rientrare nel suo Paese natale per seguire la storia di un’attivista, Ye Haiyan. Il suo viaggio accanto a questa sorvegliata speciale, si traduce in un documentario, appena presentato al Sundance Film Festival; si tratta di Hooligan Sparrow, che riporta il nome di battaglia della stessa attivista.

Nangfu la segue nel suo viaggio ad Hainan, un paradiso tropicale nel sud della Cina, dove la donna si muove affinché il caso di sei bambine della scuola elementare che hanno subito violenze da parte del preside della scuola, non venga insabbiato. L’attivista è mossa da nobili principi e in un Paese democratico sarebbe premiata per la sua lotta disinteressata e votata ai più deboli. Ecco, non in Cina.

Perciò Nangfu Wang, quando ha deciso di seguire Ye Haiyan e i suoi collaboratori, con un po’ di incoscienza o semplicemente con estremo coraggio, si è trovata coinvolta in quello che lei ha definito“i modi assurdi in cui il Governo Cinese è motivato a schiacciare i suoi presunti nemici”. In altre parole, si è trovata direttamente pedinata da agenti in borghese, attaccata da folle inferocite e interrogata dalla polizia nazionale. A quel punto, il documentario sulla battaglia dell’attivista, è diventato qualcosa in più: è diventato il racconto del suo tentativo di narrare di Ye Haiyan in una condizione di personale pressione e minaccia.

Ha dovuto/scelto di girare con una piccola DLSR per dare poco nell’occhio, e talvolta addirittura optare per una microcamera montata sugli occhiali. Misure che lei ha definito essenziali per poter proteggere lei è le persone con cui stava lavorando, che avrebbero pagato il doppio rispetto a lei stessa. E pur adottando queste precauzioni, è stata oggetto di un interrogatorio di cui ha tenuto traccia del solo audio.

La sua più grande paura come filmmaker, era quella di essere costretta a cancellare il materiale ripreso. A volte la paranoia superava la lucidità, e si trovava a nascondere la videocamera al primo rumore sospetto.

hooligan-sparrow-postcard-website-version3Al termine della sua esperienza, ha nettamente percepito la sensazione che anche le persone comuni che osano aprir bocca, vivono nel costante sospetto di essere sorvegliate; al punto che uno tra gli intervistati, dubita pure della sicurezza della sua abitazione. Tanti di coloro che hanno partecipato alle riprese hanno subìto ritorsioni di varia gravità e natura.

Alla fine, il documentario è reale e ha esordito in questi giorni al Sundance sotto lo stupore di tutti; Nangfu, per portarlo a termine, ha dovuto trattare il materiale in uscita dalla Cina come oggetto di contrabbando perché una normale spedizione destinata agli Stati Uniti, le avrebbe portato solo guai.

Ho deciso di riportare questa testimonianza poiché, unita ai recenti sviluppi relativi alla relazione che il Governo sta avendo con gli stranieri presenti sul territorio cinese, si disegna un quadro sempre più grigio per i filmmaker. Coloro i quali sognano di aprire una finestra sulla Cina, si devono scontrare con una realtà che fino a qualche anno fa, non era affatto così complessa (sebbene mai del tutto semplice): l’irrigidimento che la politica di Xi Jinping ha portato nella vita di tutti i giorni, ha cancellato con un colpo di spugna quella specie di immunità di cui godeva un operatore culturale straniero in terra cinese. Si è tutti soggetti ad un controllo che diventa invasivo nel caso di coraggiosi autori come Nangfu Wang, che si vogliono spingere al di là del terreno calpestabile.

Recentemente la giornalista francese Ursula Gauthier (di Obs) aveva criticato la politica umana adottata dal Governo nei confronti della minoranza Uigura. Ecco, al 31 dicembre scorso è stata fatta accomodare fuori dal Paese con l’accusa di aver incitato il terrorismo. E’ non è l’unico caso di azione-reazione fuori misura che interessa giornalisti o operatori stranieri che lavorano sul territorio.

Questo panorama, ci tengo a precisarlo, riguarda coloro che si addentrano in argomenti “fastidiosi” per il Governo. Perciò, per quegli autori che sono interessati al “buono” della società, la Cina rimane ancora una fonte di spunti ricchissima e un mercato succulento, soprattutto a seguito degli accordi siglati da ANICA per le co-produzioni. Insomma, se si gioca alle loro regole, va tutto benissimo.

Ma, cari filmmaker, se la vostra intenzione è quella di addentarvi nel proibito, sappiate che dovrete fare della paura la vostra compagna di viaggio.

 A questo link l’articolo dal The Guardian con due interessanti estratti video.

Rita Andreetti,Taxidrivers.it,28/01/2016

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