La legge sulla pianificazione familiare in Cina

“Per una nazione prosperosa, forte e per una famiglia felice”
 Insegna del governo di Ninchin

I termini in cui si esprime l’intero corpo della legislazione cinese relativa alla pianificazione e al controllo delle nascite  richiama alla mente il vecchio concetto di come il bene dell’uno sia strettamente dipendente dal bene del gruppo. E’ interessante leggere nell’articolo primo di questa legge – emanata dal Governo della Repubblica Popolare Cinese sotto il nome di Population and Family Planning Law, ed adottata in occasione del congresso del 29 Dicembre 2001 –  che il fine primo ed ultimo della politica del figlio unico in Cina è la realizzazione del benessere economico e sociale della collettività, incluse le soddisfazioni dei ‘legittimi’ diritti ed interessi dei cittadini, il raggiungimento del progresso sociale e un miglioramento medio della felicità  delle famiglie cinesi.
Volendo tralasciare l’aspetto ‘alleggerimento della pressione sociale, economica ed ambientale’ sui servizi resi dalla Pubblica Amministrazione cinese , direi che due sono le informazioni che attirano immediatamente l’attenzione.  .
Numero uno, il fatto che la dicitura usata dal governo cinese per indicare la politica del figlio unico è FAMILY PLANNING POLICY, che richiama quasi un’attività di assistenza sociale a sostegno delle famiglie. Numero due, l’insistenza sulla volontà di venir incontro ad una soddisfazione non semplicemente dei bisogni materiali della popolazione, quanto, soprattutto, dei bisogni psicologici. Un elemento che nessuna democrazia si sognerebbe mai di trascurare, nemmeno una democrazia di carattere semplicemente formale.
Da qui tutta la serie di associazioni ed organizzazioni a supporto delle donne, a sostegno del loro equilibrio fisico e mentale. Sulla base dei dati statistici dichiarati dal Ministero degli Interni della Repubblica Popolare cinese, più del 75%  della popolazione sostiene la politica del figlio unico. In questo senso, dunque, la scelta di farsi sottoporre a metodi di contraccezione risponderebbe alla volontà delle coppie. Non si capisce, tuttavia, come questa volontà s’incontri con il fatto che la stessa scelta dei metodi di contraccezione non sia a discrezione del soggetto interessato, bensì in circa l’80% dei casi sia decisa dal family-planning worker, impiegato nei governi locali come assistente sociale. E non si capisce, soprattutto, come questa volontà (secondo le fonti ufficiali acquisita attraverso l’educazione e la cultura impartita sin da giovani) debba richiedere l’utilizzo di forti mezzi coercitivi di natura fiscale e comporti continuamente gravi violazioni dei diritti della persona. 
A 29 anni di distanza dall’adozione di questa politica iniziata da Deng Xiaoping nel 1979, il governo cinese elenca l’entità dei benefici portati dalla politica del figlio unico, senza proferire verbo riguardo ai problemi relativi alla mancanza di un equilibrio tra la popolazione femminile e quella maschile (visto che non si tratta semplicemente di controllo del numero di figli che una coppia di giovani sposati ha il diritto di avere, ma, anche del sesso degli stessi. Un secondo figlio diventerebbe legale solo nel caso in cui il primo sia una femmina o in cui il primo abbia deficienze fisiche o psichiche). Né si considera il problema della diminuzione della fertilità delle donne. Invece viene dato risalto alla possibilità di un miglior monitoraggio della salute fisica delle giovani madri, grazie a programmi quali il CARE FOR GIRLS e l’accesso gratuito ai mezzi contraccettivi; all’aumento dei risparmi privati grazie ad un minor investimento di risorse per i figli; alla riduzione significativa dell’uso ed abuso dell’ecosistema, ovvero delle risorse naturali, ed alla importante riduzione della disoccupazione .
Non viene fatto cenno in merito agli effetti delle modalità attraverso cui il governo centrale e i governi locali controllano le nascite. Le gravi violazioni dei diritti umani non si limitano alle azioni di una politica che giustifica e nasconde multe, sterilizzazioni forzate, inserimento di strumenti intra utero o aborti forzati persino al nono mese di gravidanza e tutta una serie di meccanismi che si innescano inevitabilmente all’interno della società rivelando l’inconsistenza dei diritti fantoccio proclamati dalla su citata legge. Da qui, l’abbandono dei bambini, il fenomeno dei bambini illegali, i parti in casa con conseguenti rischi, il traffico umano di donne e di bambini, l’incremento dei fenomeni di rapimento delle donne per matrimonio, la schiavitù sessuale ed il consistente suicidio di donne .
C’ è chi sostiene che un sistema di controllo basato sulla possibilità di nascite ritardate o a distanza possa ugualmente beneficiare alla popolazione cinese nel lungo termine, senza dover ricorrere alla drasticità di una politica del figlio unico, ma onestamente, chi è che garantirebbe che queste stesse tempistiche non vengano controllate con metodi altrettanto trucidi? Del resto, non erano i cinesi stessi che pensavano di poter far riavere alle coppie che avevano perso il loro unico bambino la possibilità di un nuovo figlio attraverso tecniche di de-sterilizzazione?
In Occidente, però, accade che la gente sappia che in Cina sono costretti ad applicare una politica del figlio unico per scopi ‘sociali’  costringendo le scelte delle coppie, senza sapere che cosa effettivamente giaccia alla base ed oltre la costrizione. L’art. 22 della su citata legge denuncia l’illegalità di qualsiasi abbandono di bambina o atto di discriminazione  e maltrattamento nei confronti di una donna infertile o di una donna genitrice di un figlio di sesso femminile; ma dal testo non si capisce che cosa significhi per i cinesi eliminare i bambini in eccesso.  Questo accade quando ricorre il 60° anniversario dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo, della donna e del bambino.
Il regime della Repubblica Popolare Cinese, a quanto pare, sa nascondere magnificamente le sue pecche, e quello che spaventa è come trasformi le sue debolezze in punti di forza. Probabilmente non c’è da stupirsi perché non è niente che la storia non ci abbia già insegnato. E’ nel DNA della storia teorica del comunismo che l’interesse del singolo è l’interesse del tutto, che il pubblico sfocia nel privato e che il privato esiste perché esiste il pubblico.

Karam Adel Ali
Per Laogai Research Foundation Onlus

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