La Grecia si svende alla Cina. Ecco perché l’Italia dovrebbe preoccuparsi di non fare la stessa fine

Xi Jinping ha definito un “modello di accordo sino-europeo” l’intesa sbilanciata con cui Atene permette all’azienda che controlla il Pireo di fare lavori finora bloccati in cambio di poche esportazioni in più. Un contratto ìmpari che dovrebbe essere un monito per il nostro Paese.

La Grecia è diventata l’ingresso della Cina in Europa e in cambio ha chiesto pochi spiccioli. L’11 novembre il premier Kyriakos Mītsotakīs ha siglato con Pechino un protocollo di sedici accordi con cui ha offerto agli investitori cinesi l’accesso privilegiato nei settori energetici e infrastrutturali del Paese ottenendo in cambio più esportazioni agricole e rotte turistiche. Xi Jinping ha definito l’accordo “un modello di cooperazione sino-europea” e ne ha ben donde. Dopo mesi di stallo l’azienda cinese Cosco Shipping che possiede il 51% del porto del Pireo potrà costruire un nuovo porto da crociera, quattro hotel e un terminal per container da 600 milioni, nonostante le proteste della comunità locale per l’impatto architettonico che avrà sul paesaggio. Nell’accordo la Cosco dovrà finanziare altri 300 milioni di euro di investimenti nel porto greco entro il 2022 per l’estensione di un terminal automobilistico nel molo di Drapetsona e un terminal container. In cambio possiederà il 16% in più del Pireo. Tradotto: Atene ha permesso a un’azienda cinese di investire su se stessa per il suo profitto in terra straniera nonostante a inizio ottobre il segretario di Stato Usa Mike Pompeo avesse chiesto al premier greco di limitare il piano della Cosco per limitare l’influenza cinese in Europa.

Tutto legittimo ma a molti osservatori internazionali l’accordo è sembrato impari: più feta e olive nelle tavole cinesi in cambio dell’accesso a settori strategici del Paese. Fuori dall’accordo ma dentro l’economia reale del Paese c’è infatti l’interesse della State Grid Corporation of China, la più grande società elettrica al mondo che ha una quota di minoranza nella società Admie che gestisce la rete elettrica greca. Lunedì l’azienda cinese ha espresso il desiderio di entrare in un progetto da un miliardo di euro con cui Admie costruirà il cavo di alimentazione sottomarina per collegare entro il 2023 l’isola di Creta alla terraferma. Per capire l’impatto di questo accordo basta notare l’annuncio fatto dalla Banca centrale greca pochi giorni prima della visita di Mītsotakīs all’International Import Expo 2019 di Shangai, dove la Grecia era uno dei tre Paesi ospiti d’onore. La Industrial and Commercial Bank of China, la prima banca al mondo nel 2017 per capitalizzazione di borsa e assets aprirà una filiale. Così come farà la Bank of China, uno dei quattro principali istituti di credito cinesi, di proprietà dello Stato.

“Le dita del governo greco son rimaste dentro la trappola cinese e non riescono più a uscire, cedendo molto e ottenendo pochissimo in cambio”

Xi Jinping ha definito la relazione con la Grecia una politica delle “due ruote”, in cui oltre alla cooperazione pratica vuole aprire un dialogo tra le due civiltà. Per questo il leader cinese ha appoggiato la richiesta di Atene di riavere indietro le statue del Partenone dal British museum di Londra e ha voluto inserire nel protocollo l’idea di istituire nel 2021 un anno intero dedicato alla cultura e al turismo tra Grecia e Cina. Ma orpelli a parte, la sostanza è un’altra. Le dita del governo greco son rimaste bloccate dentro la trappola cinese e non riescono più a uscire, cedendo molto e ottenendo poco, pochissimo.

I maligni fanno notare che durante la conferenza stampa il premier Mitsotakis ha visto Xi Jinping bere e per non farlo sentire in imbarazzo abbia subito fatto la stessa cosa. Una speculazione da cultori della prossemica, ma a vedere il video finito sui social sembra labile il confine tra galanteria istituzionale ed eccesso di servilismo. Mitsotakis non ha altra scelta. Fin dai tempi di Alexis Tsipras la Grecia ha guardato alla Cina per uscire dalle sabbie mobili del suo pesante debito pubblico, arrivato ormai al 180%. Il nuovo premier di centrodestra ha promesso in campagna elettorale di «facilitare l’ingresso di investitori stranieri» per continuare la crescita del Paese dopo la politica di tagli dell’era Tsipras. Si scrive “investitori stranieri”, si legge “imprenditori cinesi”. Gli unici finora ad aver scommesso in modo massiccio nelle sorti del Paese ellenico. E uno Stato che ha l’equivalente del prodotto interno lordo del Lazio non può fare lo schizzinoso.

La richiesta però ha un prezzo, anche sul lato dei diritti umani. Nel protocollo la Grecia ha accettato di siglare un trattato di estradizione verso un Paese che ha molti problemi con i diritti umani. Un modo per soddisfare la richiesta di Xi Jinping che sta combattendo una lotta contro la corruzione e cerca di siglare più accordi possibili per far processare a casa funzionari e imprenditori considerati lontani dai valori cinesi. Non è un caso che dal 2016 il governo cinese non abbia mai preso posizioni sulle violazioni dei diritti umani in Cina,.

Se Atene piange, Roma non ride. Il governo gialloverde ha siglato un memorandum di intenti con la Cina più leggero anche grazie all’intervento pesante di Washington che ha chiesto di eliminare qualsiasi riferimento a una partnership per permettere alle aziende cinesi di costruire l’infrastruttura 5G nel Paese. Mentre in Italia il governo ha cercato di ridimensionare la sua portata, il memorandum è stato definito dal governo cinese in patria anche come un accordo politico. Pechino ha messo gli occhi anche sul porto di Trieste, decisivo per applicare la strategia della nuova Via della Seta, la Belt & Road Initiative, con cui Xi Jinping vuole collegarsi all’Europa. «La Cina sta usando le sue armi economiche per costringere i paesi con cui commercia a siglare accordi sbilanciati che beneficiano solo Pechino e lasciano i suoi clienti impantanati nel debito» aveva avvertito Pompeo nel suo viaggio in Grecia di inizio ottobre, ma non è stato ascoltato. L’Italia farà lo stesso?

Fonte: LINKIESTA,14/11/2019

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