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La gioventù uigura balla con l’islam

– Nelle strade buie del vecchio quartiere musulmano piccoli lampi squarciano le notti di Urumqi a intervalli regolari. A brillare non sono i flash dei turisti – accorsi in massa durante tutta l’estate per ammirare l’impetuosa modernizzazione del Xinjiang – ma quelli di centinaia di apparecchi montati in cima ad appositi sostegni lungo Shengli lu, la via che costeggia le moschee più frequentate e il mercato di Erdaoqiao. Installati nell’estate 2010, un anno dopo gli scontri tra uiguri e cinesi di etnia han che causarono la morte di 197 persone, sono ormai sessantamila gli occhi elettronici che sorvegliano questa città-cantiere nella periferia nord-occidentale della Repubblica popolare. Chissà se riusciranno a immortalare anche Memet (un nome di fantasia, per garantirgli l’anonimato) mentre va in giro con la sua copia di Uyghurlar, la storia del popolo uiguro scritta da Turghun Almas il cui possesso è punito con tre anni di carcere. A dichiarare illegale il libro, perché «incita al separatismo», fu Wang Lequan, il segretario regionale del Partito comunista cinese (Pcc) che ha governato il Xinjiang per 15 anni consecutivi e che nella primavera dell’anno scorso è stato rimpiazzato da Zhang Chunxian. Il 5 luglio 2009 Wang e i più alti funzionari civli e militari della «Regione autonoma uigura del Xinjiang» furono colti di sorpresa dalla rivolta uigura. Nei mesi successivi al massacro sono stati tutti sostituiti. E sono comparse le decine di migliaia di macchine fotografiche e telecamere ad alta definizione. Memet, 27 anni, era in piazza quel giorno, quando una manifestazione di universitari che chiedevano diritti per il popolo uiguro degenerò in scontri violenti. Ricorda di aver visto «decine di han a terra, accoltellati a morte dagli uiguri» ma denuncia che in quella giornata, di cui le autorità non hanno mai fornito una ricostruzione dettagliata, «decine di studenti furono giustiziati sul posto dall’esercito». Memet ha frequentato per tre anni una madrasa, una delle scuole coraniche contro le quali il Pcc combatte una guerra decennale ma che sopravvivono nei villaggi dove, clandestinamente, instillano nei giovani un sistema di valori fortemente antagonista rispetto a quello del Partito. «L’unico modo per vivere secondo i principi islamici è ottenere l’indipendenza dalla Cina» afferma il ragazzo, che dice di ammirare gli Stati Uniti di Obama. Indipendenza? Gli facciamo notare che per il Pcc il Xinjiang ha un valore strategico e che grazie allo sviluppo economico e all’immigrazione di milioni di han lo sta integrando sempre più in un contesto regionale, quello dell’Asia centrale, e internazionale. Lui ribatte che «la Cina è attraversata da enormi tensioni, etniche e sociali» e che «se è implosa l’Unione Sovietica, può crollare anche la Repubblica popolare». Di famiglia povera, lamenta che il partito non permette a sua moglie – impiegata statale – di coprirsi col velo quando è in ufficio. Acquista soltanto prodotti uiguri e non manderebbe mai suo figlio, due anni, in una scuola assieme ai bambini han. Secondo Joanne N. Smith Finley, ricercatrice presso l’Università di Newcastle che si occupa da anni della questione, i giovani uiguri possono essere situati lungo un’ideale linea che ha ai due estremi «da una parte i religiosi osservanti/segregazionisti, fautori del commercio e dell’imprenditoria privata e dall’altra gli acculturati, più o meno bilingue e (in misura minore) legati a due culture, che cercano di sopravvivere, rispettando le regole, all’interno dei sistemi educativi e impiegatizi dello Stato». Un passaporto per gli Usa. Tursun, venticinquenne disoccupato, ha paura di rimanere fuori dalla modernizzazione che a Urumqi sta facendo spuntare come funghi banche, uffici pubblici, fabbriche. Molto meglio del mandarino parla l’inglese, che spera possa rappresentare un passaporto per gli Usa semmai otterrà il passaporto vero, quello che Pechino rilascia molto difficilmente ai giovani uiguri. «La politica sulla lingua – spiega Smith Finley – ha un effetto domino sulla discriminazione in tutte le altre sfere: educazione, impiego, partecipazione politica. Allevare una generazione che parli cinese potrebbe sembrare il modo migliore per sradicare le discriminazioni ma, in pratica il sistema del bilinguismo (di fatto ad essere riconosciuto è solo il cinese) è stato introdotto troppo rapidamente e finora non è riuscito a educare gli uiguri in maniera adeguata. E inoltre ciò che in teoria potrebbe servire per cancellare le diseguaglianze sul lavoro, per la maggior parte degli uiguri rappresenta una grande discriminazione linguistica e culturale contraria alle libertà garantite dalla Costituzione della Cina». Grazie allo sviluppo dell’edilizia e delle infrastrutture, Urumqi inghiotte immigrati dall’interno della Cina a una velocità impressionante: gli uiguri sono ormai confinati nell’area di Erdaoqiao e in un paio di quartieri del centro. Liu Jianmin è arrivato da un anno da Chongqing per lavorare come operaio. Da un marciapiede invaso dalle macchine, guardando in alto uno dei grattacieli in costruzione che stanno trasformando questa ex città di provincia in una metropoli soffocata da automobili e cemento, al passaggio di una donna completamente velata esclama: «Tutto questo lo abbiamo costruito noi han, loro non sarebbero mai stati capaci di fare nulla di simile!». Più che nel sud del Xinjiang – il cuore della cultura uigura – è a Urumqi che risaltano i segni esteriori di una certa islamizzazione: ragazze giovanissime e perfino bambine che invece del tradizionale yaglik (un velo contadino simile al turban turco) indossano il niqab. È come se qui, dove il contatto con gli immigrati han è più violento, si stesse definendo un’identità “per reazione”. Danza, che passione. Una prospettiva di separazione alla quale non si rassegna Farqat Bahader, che nel teatro comunale ha dato vita a Dance street passion (Dsp), corsi di street dance tenuti da ballerini uiguri e rivolti a uiguri e han. Molti bambini han che vi partecipano non avevano mai interagito con un coetaneo dell’altra comunità. A volte i genitori che li accompagnano chiedono a Farqat: «Perché avete tanti insegnanti uiguri?» e lui risponde «perché no? Siamo bravi a ballare». Farqat è arrivato secondo in una competizione nazionale trasmessa dalla Cctv, la tv di Stato: «In dieci anni di attività abbiamo mostrato che i giovani uiguri non sono ladri o spacciatori ma sanno ballare, parlano cinese e inglese, sono aperti al mondo e possono imparare a fare qualsiasi cosa». Assimilato? Secondo Finley sono davvero pochi gli uiguri che possano definirsi tali. «Anzitutto – sottolinea la ricercatrice britannica – pochissimi si dichiarerebbero cinesi al 100%, qualora ammettano di esserlo almeno in parte. La maggior parte di loro distingue chiaramente il contesto familiare, associato alla lingua e alla cultura uigura, dalla cultura e dalla lingua han nel posto di lavoro. Inoltre, anche se uno uiguro volesse essere assimilato completamente, troverebbe troppe barriere ad impedirglielo: discriminazioni, diseguaglianze, sfiducia». Ostacoli che Farqat ha scelto di superare con delicatezza, a passo di danza.

Fonte: Michelangelo Cocco, 3 ottobre 2011