La forza del silenzio. La lotta gandhiana di Aung San Suu Kyi

Gli U2 le dedicarono nel 2003 una canzone, Walk on (va’ avanti). È bastato perché il cd All that you can’t leave behind, che contiene il brano, fosse messo al bando dalla Birmania.

Non può essere né importato, né scaricato e nemmeno ascoltato. Come chiamare il raggiungimento di una vetta di tale stupidità censoria? Purtroppo nel mondo dei persecutori il ridicolo è spesso direttamente proporzionale alla crudeltà. E il caso della band irlandese è il miglior ritratto della stolidità feroce con cui il regime dei militari Birmani continua a perseguitare il leader politico dell’opposizione. Il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ieri è stata ricondotta in carcere. Nell’alba di Rangoon i militari hanno rimesso tra le sbarre questa donna di 63 anni, che ne ha già fatti 19 di galera e 6 agli arresti domiciliari. Una donna malata, cui non viene permesso di essere visitata dal suo medico, perché lui stesso in carcere. È accusata di aver ospitato per due giorni un americano che aveva raggiunto la sua casa traversando a nuoto il lago su cui si affaccia.

A questo punto si dovrebbero spiegare la Birmania, la Cina, e gli equilibri asiatici. Ma di fronte a decisioni così grottesche, parlare di politica servirebbe solo a nobilitare i persecutori e i loro protettori: in questo caso la Cina. Propongo invece di salutare la nuova tappa in carcere di Aung San Suu Kyi come un suo ennesimo trionfo. Che un gruppo di militari che tiene in mano con la forza un Paese abbia così paura di una donna fragile e anziana è solo il segno della suprema forza che questa donna incarna. Aung San Suu Kyi non è una vittima, ma il vero centro del potere in Birmania. In queste ore, insieme con la pietà, dovremmo forse riflettere proprio su questo.

Aung San Suu Kyi è sulla scena politica da una vita, fin da bambina, figlia di un padre dell’indipendenza Birmana, assassinato, e di una madre che continuò il lavoro del marito. Ragazza di quelle élite asiatiche (come di quasi tutti i Paesi del Terzo Mondo) che vengono educate nelle capitali intellettuali dell’Impero – Oxford o Harvard, Uk o Usa – e poi tornano dall’Impero come alleate dell’Occidente e classe dirigente. La sua biografia ricorda molto quella di Benazir Bhutto. Ma una particolarità è solo di Suu Kyi e anche in questo ultimo giro di vite contro di lei viene riconosciuta ed esaltata. Non è il suo essere élite, e nemmeno donna, bensì il suo percorso verso l’affermazione delle sue idee. Questa leader Birmana è diversa da tutti gli altri leader politici per aver scelto una strada occidentale nei valori, ma tutta «asiatica» nel metodo. L’esatto contrario dell’azione politica come la si concepisce in Occidente. Là dove, nella nostra cultura, la leadership è esposizione, movimento, scontro aperto, visibilità, immagine, riflesso pubblico, totem mediatico, quella di Suu Kyi è leadership al contrario: costruita sull’assenza, sul silenzio, sulla paziente accettazione del tempo e della sofferenza. Potere tutto interiore, e interiorizzato.

Mancava da anni sulla scena politica mondiale un ribaltamento del genere, una leadership autenticamente diversa, tutta «orientale». Non si vedeva dalla non violenza del Mahatma Gandhi. Da allora non appariva sulla scena mondiale il poderoso scontro fra divise militari e una sola tunica: un blindato fronteggiato a mani e piedi nudi, un grido di guerra respinto dal silenzio. Aung San Suu Kyi si richiama al Mahatma. Si dichiara profondamente influenzata dal suo pensiero. Dopo anni di rumore globale, sferragliare di metallo e accozzaglia d’immagini, appelli, manifestazioni e martiri, del leader dell’opposizione birmana avvertiamo solo l’assenza, non una parola, non una foto, non un’immagine a raccontarci le sue intenzioni. Un supremo silenzio che, come un buco nero, si allarga inevitabile, divorando la pesante materia del mondo intorno.

Noi occidentali non sappiamo riconoscere questo potere, e in queste ore pensiamo a Aung San Suu Kyi come a una vittima. Ma è certo che i militari del suo Paese sanno bene chi hanno di fronte.

Lucia Annunziata, La Stampa, 15 maggio 2009

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