La Diplomazia cinese va in Africa

Gli incredibili ritmi di crescita dell´economia cinese costringono il governo di Beijing a dover ricorrere a tutte le strade percorribili per garantire sufficiente presenza di petrolio e risorse naturali. Secondo i dati riportati nel 2006 dal Ministero del Commercio della Cina, paese che vanta l’espansione economica del 9 % annuo da circa 20 anni, gli importi di petrolio costituiscono più del 47 % del consumo energetico nazionale. Di questi oltre il 25 % viene importato da paesi dell´Africa sub-sahariana, il nuovo grande alleato di Beijing, nonché “casa” di  circa l’ 8 % delle risorse mondiali di petrolio.

Non dovrebbe quindi sorprendere che la Cina si sia impegnata a investire miliardi di dollari per assicurarsi diritti di accesso alle risorse in Nigeria, Sudan, Angola e per negoziare contratti di esplorazione nel Chad, Gabon, Mauritania, Kenya, Guinea Equatoriale, Etiopia e Repubblica democratica del Congo. O che i Cinesi siano i principali investitori nel settore elettronico nello Zambia e nella Repubblica democratica del Congo, e i maggiori acquirenti di legname in Mozambico, Liberia, Gabon, Camerun, e Guinea Equatoriale.

In cambio di energia, risorse naturali e altre materie prime essenziali per l´espansione cinese, Beijing fornisce assistenza e tecnica all’ Africa, oltre che prestiti a interesse zero ai governi amici del continente nero. Allo stesso tempo, le compagnie cinesi vincono in continuazione appalti per la costruzione di autostrade, gasdotti, dighe idroelettriche, porti, ferrovie, aereoporti, ospedali nonché campi sportivi.
Altrettanto non sorprendono, quindi, i dati riportati dal Fondo Monetario Internazionale, secondo cui lo sviluppo economico sub-sahariano è raddoppiato raggiungendo, negli ultimi 3 anni, i migliori risultati dal 1974.

Le voci di opposizione di Washington e della Commissione Europea sono accomunate dall´ovvia preoccupazione che quella a cui si sta andando incontro sia una vera e propria nuova era di colonizzazione dell´Africa. L´argomentazione è chiaramente debole, se si considera che il mondo occidentale non gode di eccessiva credibilità agli occhi del popolo nero e che entrambi, occidente e imperi comunisti, hanno lottato e lottano per il predominio sul continente sin dai tempi della guerra fredda. Non sono poche le fonti giornalistiche africane che dimostrano un chiaro schieramento dalla parte di Beijing per l´impegno e l´interesse cinese a sostenere l´Africa con un aiuto pragmatico e meno disquisizioni astratte su come gestire meglio lo sviluppo.

La spiegazione sta tutta nel fatto che laddove le società di investimento occidentali fanno un passo indietro per timore di bassi margini di profitto o per preoccupazioni di natura ambientale e politica, la Cina interviene con successo. Le compagnie statali cinesi sono di gran lunga più capaci di sacrificare obiettivi a breve termine per focalizzare l´interesse sulla realizzazione di quelli, di pianificazione economica nazionale, a lungo termine dei governi; e per quanto concerne scrupoli ambientali e/o di natura politica i leader della Cina non hanno mai avuto peli sulla lingua nel dichiarare di non averne. La Cina che investe in Africa non ha a cuore lo sviluppo democratico o il rispetto dei diritti umani delle genti locali, in teoria preoccupazione numero uno dell´occidente. Ed è proprio questo che funziona da esca per i corrotti governi africani, disinteressati agli investimenti intesi come prosperità e alleggerimento della pressione economica. Da Mugabe in Nigeria ad Al – Bashir in Sudan, i principali esponenti politici africani sono stanchi della continua ingerenza dei governi EU nei propri affari domestici e nell´esercizio della loro autorità dittatoriale, come del monitoraggio dei loro fondi, investiti a favore dei paesi dell´ACP, e di infinite organizzazioni di pressione governative e non. Per loro l´alternativa cinese rappresenta il mantenimento della promessa di “eguale partnership” mai mantenuta da un occidente troppo impegnato ad impartire lezioni di diritti umani a chi di diritti umani non ne vuol sentire.

Tutto questo non è preoccupazione della Cina. La Cina è modello vincente in quanto l´obiettivo delle sue relazioni diplomatiche in Africa è quello del “mutuo beneficio attuato secondo principi di non ingerenza negli affari interni dei governi” e dal punto di vista di Beijing la collaborazione funziona brillantemente. E’ sufficiente dare uno sguardo ai vaghi principi enunciati sulla prima pagina del China-Africa business Council, seppur scritta col supporto del programma di sviluppo delle Nazioni Unite, o dare una rapida occhiata ai nomi dei membri del consiglio – tutti cinesi – per rendersi conto di come le decisioni siano unilaterali.

Grazie alla Cina la domanda di petrolio africano, barili e platino si sta impennando e manufatti cinesi di ogni sorta, da T-shirts a utensili di cucina, a motocicli… sono largamente diffusi in tutto il continente a prezzi ben più competitivi di quelli importati da altre parti del mondo. Già due compagnie in Sud Africa hanno in progetto la vendita di automobili cinesi a basso costo. Non importa se la maggior parte delle infrastrutture, dei segnali e del personale impiegato nelle ingenti opere di costruzione siano al 100% cinesi, perché per i governi africani, disinteressati al bene del proprio paese, è sufficiente che il “baby sitting” cinese non cessi di rovesciare soldi e manufatti economici di ogni sorta sui territori da loro amministrati.

Il Presidente Mugabe, 82 anni, che ha governato lo Zimbabwe dal 1980 deve solo ringraziare i Cinesi per il suo nuovo palazzo presidenziale con 25 stanze da letto, da 13 milioni di dollari; in Zimbabwe, la Cina fornisce circa 1.000 veicoli ad Air Zimbabwe, incapace di amministrare i propri velivoli e bus, e coltiva 1.000 Km quadrati della terra confiscata ai contadini bianchi dal 2000.
In Sudan Beijing è uno dei principali fornitori di armi di Al Bashir e sostenitore della sua politica di resistenza, nei confronti delle forze di peace keeping dell´ONU nella regione del Darfur. Il Sudan contribuisce per un esatto 5% all´importazione totale di petrolio africano da parte della Cina. E non è casuale l´opposizione di questa, in sede di Consiglio di Sicurezza ONU, al deferimento del caso del genocidio nel Darfur alla Corte Penale Internazionale, quando persino gli USA di Bush si trovavano sulla stessa linea. A Washington queste relazioni alimentano fondati sospetti di timore per l’ eventuale supporto cinese al terrorismo.

In Sud Africa e a Lesotho le esportazioni cinesi a basso costo sono state accusate di aver portato via migliaia di posti di lavoro ai locali nel settore tessile, mentre in Angola la Cina ha insistito nel volere utilizzare la propria manovalanza per la costruzione della ferrovia.

E non dimentichiamo la sconfitta elettorale di Micahel Sata in Zambia, dopo che aveva proposto la cacciata dal paese di manodopera straniera, responsabile di sottrarre posti di lavoro ai lavoratori locali.

Se la politica cinese in Africa ha conquistato i cuori delle classi dirigenti africane, va detto che non è con questo spirito positivo che viene vista dal popolo.

Probabilmente non ha senso contrapporre il modello europeo-americano al modello cinese  in Africa. Non ha senso che Bruxelles e Lussemburgo si interroghino sul perché e sul per come i presidenti dell´Africa rifiutino di fornire dati attendibili circa la transizione delle loro economie, né che Washington si dimostri intimorita dall´eventualità che i cinesi vendano petrolio ai terroristi in medio oriente. Il problema Cina-Africa esiste ed è irrisolto per conseguenza diretta del fatto che esistono e sono irrisolti i problemi Cina-Europa e Cina-USA. In fondo si persegue con mezzi diversi la stessa politica di conquista, ma la Cina sembra essere attualmente in vantaggio.

KARAM ADEL ALI
Laogai Research Foundation Italy

Si consigliano:

• VIDEO http://www.youtube.com/watch?v=Wbf8VB7I6BU&feature=related ;
http://www.nytimes.com/2006/08/18/world/asia/18iht-africa.2528892.html ;

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