La detenzione illegale subita da un imprenditore svedese in Cina

Cecilia Samuelsson, Epoch Times | 21/12/2015
L’imprenditore George Karimi è stato recentemente rilasciato dal carcere, dopo 12 anni di prigionia: sette in Cina e cinque in Svezia. La sua è una storia fatta di sofferenze, ingiustizie e rivelazioni.

George Karimi nella città di Varmdo, dopo il suo trasferimento in Svezia nel 2015. (Per gentile concessione di George Karimi)

«È strano, ma non provo niente», ha dichiarato l’uomo prima del suo rilascio, avvenuto il 19 novembre. «Mettiamola in questo modo: La prima notte nel centro di detenzione in Cina, mi sono guardato intorno in quella minuscola stanza e ho pensato: “Questa è la realtà in cui mi trovo, la mia vita è finita”. E penso che in quel giorno sia finita».

Il protagonista di questa storia è stato il primo svedese a essere condannato all’ergastolo in Cina. E il primo a essere trasferito da una prigione cinese a una svedese, visto che non esiste alcun trattto di estradizione tra Svezia e Cina.

Tutto è cominciato nel 2003 quando Karimi, svedese di origine armena, si stava recando mentre era in Cina da un amico che non vedeva da parecchi giorni: nel Paese imperversava l’epidemia della Sars e l’imprenditore era preoccupato che l’amico potesse essersi ammalato. Karimi lavorava nell’import/export dell’abbigliamento e del settore alimentare, e viaggiava regolarmente tra la Svezia e la Cina.

Ma quando è arrivato nell’appartamento dell’amico a Pechino, alcuni poliziotti in borghese lo stavano aspettando. Dopo averlo portato in un edificio doganale, Karimi è stato messo al corrente che il suo amico Milap aveva commesso un reato (senza che gli fosse specificato quale) ed  stato informato che avrebbero trattenuto anche lui fino a quando l’indagine non si fosse conclusa. Karimi aveva quindi trascorso la notte rinchiuso in una piccola cella sporca, poco più di due metri per due, assieme ad altri cinque detenuti. «È un inferno là dentro», ha rivelato Karimi in un’intervista. «Se si riesce a uscirne vivi, è un miracolo».

Ogni giorno di prigionia Karimi veniva sottoposto a una rigida disciplina. I detenuti dovevano mangiare, lavarsi i piatti e fare i loro bisogni, tutto in quelle piccole celle. Erano costretti a stare seduti o accovacciati per quasi tutto il tempo, con conseguenti problemi alla schiena. In ogni cella c’era un detenuto supervisore che teneva gli altri in riga, picchiando i disobbedienti o ordinando ad altri di farlo; poi, alla fine della giornata, faceva rapporto alle guardie.

UNA BORSA DI DENARO CONTRAFFATTO

A un certo punto Karimi scoprì la ragione della sua condanna: l’accusa era di aver stampato e smerciato dollari americani contraffatti. La polizia aveva infatti sostenuto di aver trovato nel suo appartamento una borsa piena di banconote false, per un valore pari a circa 490 mila euro. Karimi rispondeva che la borsa apparteneva al suo amico indiano Milap e che quest’ultimo l’aveva lasciata nel suo appartamento quando era partito per il suo Paese nativo. Milap dichiarava invece che la borsa conteneva solo vestiti e spezie.

Nell’agosto del 2004, mentre Karimi marcisce nel centro di detenzione Qichu di Pechino, Milap, principale sospettato, viene improvvisamente espatriato in India per motivi di salute (era malato di Aids). Con Milap fuori dalla Cina e non quindi perseguibile, le autorità accusarono Karimi di essere a capo di un giro di contraffazione.

La verità è poi venuta a galla: circa un mese dopo l’espatrio, Milap ha inviato una lettera alla moglie di Karimi chiedendole perdono; nella lettera, diceva di essere stato torturato e costretto a incastrare Karimi, e che suo marito era completamente innocente. Quel giorno Karimi era capitato a casa di Milap; secondo quanto si legge nella lettera, questa era l’unica ragione per la quale l’imprenditore era in stato di detenzione.

George Karimi con i suoi figli (che in questa foto avevano un’età compresa tra i sei e i dieci anni) vicino a Piazza Tiananmen nel 2003. La foto è stata scattata due settimane prima dell’arresto. (Per gentile concessione di George Karimi)

Ma per Karimi arrivò un altro duro colpo il 19 dicembre 2005, quando la Seconda Corte Intermedia del Popolo di Pechino lo condannava all’ergastolo. Il giudice aveva respinto la deposizione scritta giurata di Milap, il quale pur essendo principale sospettato non era stato né convocato per essere interrogato né accusato. Successivamente, l’ambasciata svedese illustrava gli evidenti vizi procedurali del caso al Ministero degli Esteri svedese e Karimi si è appellava alla Corte Suprema. L’imprenditore racconta che il tempo trascorso nel centro di detenzione – oltre un anno da allora – è stato un incubo, e che si era comportato bene semplicemente per sopravvivere abbastanza a lungo e resistere al carcere.

«POTREBBE ACCADERE ANCHE A TE»

Secondo Karimi, sono tre i fattori che determinano il trattamento riservato ai cittadini stranieri all’interno delle carceri cinesi: la loro nazionalità, i loro contatti in Cina e la preoccupazione manifestata dalla loro ambasciata. Tutti e tre questi fattori erano a favore dell’imprenditore, il che ha fatto sì che la polizia non osasse torturarlo fisicamente per evitare che i visitatori dell’ambasciata vedessero gli eventuali segni. Ma questo non gli ha risparmiato i tentativi di lavaggio del cervello.

I prigionieri meno fortunati venivano regolarmente picchiati, legati in posizioni di stress per giorni e subivano la frattura delle dita;  ai detenuti cinesi, invece, erano prevalentemente riservati i manganelli elettrici.
Karimi ha rivelato di aver sentito raccontare di numerosi casi di detenuti cinesi morti per tortura e ai quali veniva negato di vedere i propri familiari e gli avvocati. Tra le tante espressioni cinesi udite in prigione, Karimi è rimasto impressionato da una: ‘uccidere la gallina per spaventare la scimmia’ – che significa dare una punizione esemplare a una detenuto al fine di mettere in guardia gli altri – e l’effetto di questa intimidazione si manifestava nelle grida di dolore delle vittime causate dalle torture e dai pestaggi. «Le guardie volevano farti sapere che sarebbe potuto accadere anche a te».

Una fotografia che George Karimi è riuscito a inviare alla famiglia dal Centro di Detenzione n° 2 di Pechino nel 2009. (Per gentile concessione di George Karimi)

Per diversi – interi – giorni alla settimana, i prigionieri dovevano la giornata la propaganda di Stato alla televisione; se qualcuno distoglieva lo sguardo dallo schermo, veniva picchiato. I filmati più comuni erano le registrazioni delle esecuzioni – distribuiti in Cina «come il cioccolato» – così come quelli dei detenuti in lacrime e le inquadrature dei familiari afflitti. Una vera sofferenza. «Non era intrattenimento: era una tortura mentale – ricorda Karimi – Il video veniva riprodotto continuamente e mi faceva andare fuori di testa».

Negli altri giorni, non avevano il permesso di muoversi, tranne che durante i pasti. Poi venivano costretti a rimanere seduti, o fermi, in base ai capricci del funzionario in servizio, e chiunque si muoveva veniva picchiato. E siccome Karimi non doveva essere picchiato, se si muoveva lui, venivano puniti tutti gli altri. «Viene messa l’uniforme della polizia a qualche moccioso 19enne e questo crede di essere Dio solo perché si ritrova a dare ordini ad altre persone», ha espresso l’imprenditore – Lui dice che tutti devono stare in piedi per cinque ore o fino a sera, e questo è quello che i detenuti devono fare».

PRIGIONIERI DI COSCIENZA

Nel carcere erano detenuti anche numerosi prigionieri di coscienza: uiguri, tibetani e praticanti del Falun Gong, e questi ultimi sono divenuti per il malcapitato una fonte d’ispirazione. «Ho provato grande rispetto per i praticanti del Falun Gong – ha elogiato Karimi – Non erano come gli altri cinesi che semplicemente cedevano oppure agivano con un atteggiamento del tipo ‘continuate pure, fatemi quello che volete’. Ho spesso sentito dire che osavano reclamare, protestare e fare scioperi della fame. Avevano un modo particolare di sedersi, e se nel centro di detenzione un qualunque cinese si sedeva in quel modo, veniva etichettato come un praticante del Falun Gong e punito seriamente».

Karimi ha raccontato che nemmeno gli assassini e gli spacciatori di droga venivano trattati peggio dei prigionieri di coscienza: i tibetani, gli uiguri e i praticanti del Falun Gong venivano sottoposti alle peggiori torture ed erano praticamente condannati a soffrire.

TRASFERIMENTO IN SVEZIA

Una volta estradato in Svezia, Karimi è stato rinchiuso nella struttura carceraria di Kumla, una delle tre prigioni di massima sicurezza dello Stato, solitamente riservate ai criminali violenti; inoltre per molto tempo non gli è stato permesso di comunicare né con i suoi amici né con Amnesty International. Quando il suo avvocato ha minacciato di rivolgersi ai media, l’imprenditore è stato trasferito in una prigione con un livello di sicurezza inferiore e nel 2011 gli è stato concesso il suo primo permesso.

Nel 2014 è stato rivelato che durante i suoi permessi, Karimi veniva posto sotto sorveglianza illegale da parte, tra i tanti organismi, della Direzione della Polizia nazionale svedese. Nel 2015 il ministro della Giustizia svedese ha concesso un risarcimento a Karimi e ha accusato la polizia svedese per la sbagliata gestione delle informazioni personali sull’imprenditore. Karimi ritiene che il governo svedese sia consapevole del fatto che è stato brutalizzato in Cina, ma che abbia cercato di insabbiare la questione per non disturbare le relazioni tra i due Paesi.

George Karimi e la sua famiglia al Palazzo d’Estate a Pechino nel 2003, due settimane prima di essere arrestato. (Per gentile concessione di George Karimi)

Il 19 novembre 2015 Karimi è stato finalmente liberato, ma poco prima del rilascio non esprimeva nessuna felicità: «non si può dire che sarò una persona libera». «Non riavrò i 12 anni della mia vita che ho perso. Ma posso rivelare molte cose, e voglio giustizia per quello che mi hanno fatto. Dal momento che mi stanno ancora tenendo d’occhio, non credo che il 19 novembre sarò realmente libero. Sono al 100 per cento sicuro che quando uscirò mi metteranno sotto sorveglianza». E Karimi ha anche pensato a come ristabilirsi dopo anni di ingiustizie e sofferenze. «Dodici anni sono lunghi. Ho bisogno di riposare un po’». «Ho messo in preventivo un mese di tempo per pensare solamente a quello che voglio fare e a quello che posso fare. Dovrò ricominciare la mia vita da capo».

All’inizio del 2016 sarà pubblicato, Life sentence in Cina (Ergastolo in Cina), un libro in lingua inglese che parla delle esperienze vissute da George Karimi da prigioniero in Cina.

Fonte Epoch Times:http://epochtimes.it/n2/news/le-ingiustizie-subite-da-un-imprenditre-svedese-in-cina-3104.html

Articolo in inglese:

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