La crisi si abbatte sull’ Asia il Pil cinese frena al 6,8%

Pechino, Cina – Una frenata brutale dimezza la crescita cinese. Nell’ ultimo trimestre del 2008 l’ aumento del Pil nella Repubblica Popolare è stato del 6,8%, un risultato molto inferiore alle attese e in pesante perdita di velocità sull’ anno precedente. E proprio mentre la caduta delle esportazioni colpisce duramente la Cina, l’ Amministrazione Obama apre un delicato contenzioso con Pechino sul commercio bilaterale. Il neosegretario al Tesoro Timothy Geithner, nel giorno stesso in cui la sua nomina è stata confermata al Senato di Washington, ha lanciato un duro avvertimento alla superpotenza asiatica. «Il presidente Obama – ha dichiarato Geithner – sulla base delle conclusioni di un ampio fronte di esperti, ritiene che la Cina sta manipolando la sua moneta». L’ accusa non è nuova e ha solide basi. Lo yuan cinese (o renminbi) non è pienamente convertibile. La sua parità di cambio con le altre monete è pilotata dalla banca centrale di Pechino anziché essere lasciata alle forze della domanda e dell’ offerta. Da tempo i governi e gli esperti occidentali ritengono che lo yuan sarebbe più forte se il suo valore fosse stabilito dal mercato. Un tasso di cambio artificialmente basso contribuisce a rendere più competitive le esportazioni made in China, abbassandone i prezzi espressi in dollari o in euro. E’ la prima volta però che quest’ accusa viene rivolta in modo esplicito da un segretario del Tesoro in carica a Washington. L’ uso di quella terminologia – “manipolazione del cambio” – apre infatti la possibilità di ritorsioni protezioniste, dazi doganali o contingenti contro il made in China. Da tempo il Congresso Usa ha tentato di varare misure difensive per ridurre l’ immenso deficit commerciale con la Cina, chiedendo al Tesoro di accertare che vi è concorrenza sleale attraverso la manipolazione competitiva del cambio. Tutti i predecessori di Geithner sotto l’ Amministrazione Bush – Paul O’ Neill, John Snow, Henry Paulson – si erano sempre rifiutati di pronunciare le parole “manipolazione del cambio”, per scongiurare un braccio di ferro commerciale. Ora si avverano i timori che i leader cinesi avevano durante la campagna elettorale: un presidente democratico, vicino ai sindacati e ai settori industriali più colpiti dalla concorrenza cinese, sarà un interlocutore molto più duro. Per adesso tuttavia Geithner ha voluto precisare che la priorità non sono le ritorsioni contro il made in China. Le accuse sul cambio devono servire a mettere sotto pressione il governo di Wen Jiabao, perché la Repubblica Popolare aumenti i suoi consumi interni e le sue importazioni, aiutando così l’ America a uscire dalla crisi. «L’ obiettivo immediato – ha detto il segretario al Tesoro – è convincere la Cina a prender misure più aggressive di sostegno alla crescita». Che sia necessario un robusto sostegno alla ripresa cinese, lo hanno dimostrato con evidenza ieri gli stessi dati diffusi dall’ Ufficio nazionale statistico di Pechino. L’ aumento del Pil del 6,8% nel quarto trimestre del 2008 riduce a metà la velocità di crescita rispetto all’ anno precedente, quando il Pil era aumentato del 13%. Il rallentamento è repentino. Per l’ intero 2008 il tasso di crescita si attesta al 9%. E’ la prima volta che scende sotto le due cifre dal 2002. E’ realistico che quest’ anno il tasso di crescita possa calare sotto il 7%, una soglia che il governo considera critica per la stabilità sociale. Negli ultimi decenni il mercato del lavoro cinese ha dovuto assorbire in media 15 milioni di contadini emigrati ogni anno dalle campagne per trovare lavoro nelle fabbriche, più 6 milioni di giovani che annualmente concludono gli studi con un diploma o una laurea. Un elevato ritmo di crescita è indispensabile per assorbire una forza lavoro di queste dimensioni. Il calo dell’ export negli ultimi mesi ha già provocato licenziamenti di massa. Le zone dove la crisi è più acuta, come la regione industrializzata del Guangdong, sono il teatro di proteste e rivolte violente. La situazione potrebbe precipitare ulteriormente dopo la fine delle vacanze del Capodanno lunare (ai primi di febbraio), quando molti lavoratori migranti tornando in città troveranno le fabbriche chiuse per bancarotta. Il governo cinese ha annunciato quattro mesi fa una prima manovra di investimenti statali da 580 miliardi per rilanciare la crescita. Ieri è stato pubblicizzato un altro piano di spese sociali, 120 miliardi di dollari per allargare l’ assistenza sanitaria all’ intera popolazione. Intanto il premier Wen Jiabao è di partenza per una tournée in Europa. Interverrà al World Economic Forum di Davos per convincere i partner occidentali che Pechino fa la sua parte nel rilancio della crescita mondiale. Le difficoltà cinesi affondano tutte le economie dell’ Estremo Oriente. Il Giappone ha subìto un crollo storico delle sue esportazioni: meno 35% a dicembre, dopo una perdita del 26% a novembre. In Corea del Sud il Pil ha perso il 5,6% nell’ ultimo trimestre del 2008. Anche a Singapore ormai è recessione, con il Pil che potrebbe scendere del 5% quest’ anno.

FEDERICO RAMPINI, La Repubblica, 23 Gennaio 2009

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.