La crisi del matrimonio tra Cina e Stati Uniti

Pechino, Cina – “Vi odiamo ma non possiamo fare a meno di voi”. Alla vigilia dell’arrivo di Hillary Clinton a Pechino, uno dei massimi dirigenti della politica monetaria cinese sbotta in uno sfogo poco diplomatico che riassume perfettamente lo stato d’animo verso l’America. La Cina si sente invischiata in “Chimerica”. Quella simbiosi con gli Stati Uniti che è stata la ricetta magica dello sviluppo oggi si trasforma in una trappola. L’abbraccio con l’America, per i suoi effetti economici può trascinare a picco anche la Repubblica Popolare. A fare quello sfogo insolitamente esplicito è Luo Ping, alto funzionario della Banca centrale, durante l’incontro con un gruppo di banchieri americani. Luo Ping dice ad alta voce quello che molti qui pensano: “Vi preparate a inondare i mercati finanziari con nuove emissioni di titoli del debito pubblico, nel 2009 stamperete Buoni del Tesoro per un valore tra i 1.000 e i 2.000 miliardi di dollari aggiuntivi. Noi sappiamo ciò che significa: il dollaro prima o poi è destinato a perdere valore. E con il dollaro si deprezzano gran parte dei nostri investimenti. Vi odiamo perché non possiamo fare altro che comprare i vostri Treasury Bonds”.

L’arrivo di Hillary Clinton sarà l’occasione per celebrare la cruciale partnership fra le due superpotenze mondiali. Ma dietro il linguaggio felpato della diplomazia, e le inevitabili promesse di cooperazione, i motivi di tensione tra le due sponde del Pacifico stanno aumentando. Alla rivalità strategico-militare, alle “ansie da declino” che vive l’America, alle tentazioni protezioniste affiorate nel Buy American, si aggiunge un crescente risentimento dei cinesi. I vertici di Pechino si sentono ingannati dal loro partner più importante, spiazzati per avere creduto nel modello economico americano fino a diventarne una colonna portante. Con 338 miliardi di esportazioni made in China acquistate dagli Stati Uniti nel 2008, il consumismo americano è stato il traino dello sviluppo economico: ha innalzato i livelli di benessere e ha mantenuto la stabilità sociale in Cina. In cambio dell’apertura del mercato Usa, Pechino ha generosamente sovvenzionato il vizio dell’America di vivere al di sopra dei suoi mezzi. L’attivo commerciale cinese – 266 miliardi l’anno scorso – è stato reinvestito in dollari. In Bot americani, perlopiù. Così la fabbrica del pianeta faceva credito al suo cliente più importante. Ma ora non basta quel riciclaggio di capitali cinesi per tenere a galla i consumi americani. U. S. News & World Report lancia una provocazione: “Forse finiremo per chiedere alla Cina che spedisca direttamente alle nostre famiglie degli stimulus checks, gli assegni da spendere al supermercato come quelli di Obama”.


Chi si aspettava che la globalizzazione targata Chimerica entrasse in crisi per colpa dei cinesi, ha avuto una sorpresa. E’ l’implosione del sistema finanziario Usa a mettere nei guai i due partner. Tian Guo Li, chief executive del gruppo Cinda e uno dei più importanti banchieri cinesi, esprime la delusione di un’intera nomenklatura occidentalizzata: “Chi avrebbe mai detto che quelle banche di Wall Street che noi ammiravamo e consideravamo dei modelli da emulare, come Citigroup, sarebbero finite così male?” E’ una magra consolazione per l’orgoglio nazionale osservare che oggi sono le cinesi Icbc e China Constructions Bank i due maggiori istituti di credito del mondo per la capitalizzazione in Borsa.

Brucia il fatto che il “maestro” ha tradito la fiducia dell’allievo. Per trent’anni le politiche economiche di Pechino hanno inseguito il paradigma neoliberista di Washington. Ora nel tracollo di quel modello la Repubblica Popolare si scopre vulnerabile. E lo dice forte e chiaro. Tian Guo Li, che attraverso Cinda Asset Management ha investito capitali di Stato cinesi a Wall Street, è allarmato per la lentezza della terapia Obama: “Bisogna agire più in fretta. I titoli tossici nei bilanci delle banche sono come il marcio in una mela: va tolto presto, prima che faccia marcire anche il resto. Guai se Washington tergiversa come fece il Giappone nella sua lunga depressione degli anni Novanta”.

La tensione che si respira ai piani alti della nomenklatura cinese è proporzionale alle ricchezze che Pechino ha affidato al suo grande debitore d’oltreoceano. Non ne fa mistero Fang Shangpu, direttore dell’Ufficio Cambi: “L’America deve proteggere gli interessi degli investitori stranieri. La sua moneta è il più grosso investimento estero della Cina”. Con 2.000 miliardi di dollari di riserve valutarie ufficiali, la banca centrale di Pechino è la più ricca del pianeta. Ma quel tesoro di guerra è di fatto sterilizzato. La sua destinazione è obbligatoria: Treasury Bonds americani, ancora e sempre. Nel 2008 la Cina ne ha sottoscritti altri 700 miliardi. Ogni asta di Bot americani fallirebbe, se non si presentassero i banchieri centrali cinesi a fare la parte del creditore magnanimo. E questo nonostante le perdite già subìte sul tasso di cambio: da quando il renminbi (la moneta cinese, ndr) ha abbandonato la parità fissa col dollaro (nel luglio 2005) si è rivalutato del 21%, assottigliando di altrettanto il valore degli investimenti cinesi in dollari.

Intanto lo schianto della locomotiva americana ha un costo sociale gravissimo. Già nel terzo trimestre del 2008, per effetto della caduta delle esportazioni, la crescita cinese si è dimezzata brutalmente: 6,8% di aumento del Pil contro il 13% del 2007. In seguito ai licenziamenti di massa nell’industria tessile, del giocattolo, dell’elettronica, i disoccupati ricacciati nelle campagne sono ufficialmente a quota 27 milioni. Più un milione e mezzo di giovani laureati senza lavoro, un esercito di scontenti politicamente ancora più esplosivo. Ora che Pechino ha bisogno di mobilitare tutte le risorse disponibili per rilanciare la sua crescita interna, è frustrante ricordarsi di quei 2.000 miliardi dollari “congelati” per finanziare l’America.
La goccia che fa traboccare il vaso è il revival di protezionismo a Washington. Prima il segretario al Tesoro Tim Geithner che accusa Pechino di “manipolare” la sua valuta. Poi la clausola Buy American nella manovra di 787 miliardi di spesa pubblica varata dal Congresso, il cui bersaglio numero uno è proprio l’acciaio cinese. E’ furioso Xi Jinping, vicepresidente della Repubblica e delfino designato per la successione alla leadership suprema. Anche lui abbandona per un attimo la diplomazia. “Certi occidentali – dice Xi – anche in questa crisi non trovano niente di meglio da fare che prendersela con noi. Vorrei ricordare loro alcuni dei nostri meriti. Primo, la Cina non esporta rivoluzioni o ideologie ostili. Secondo, non esportiamo povertà né fame. Terzo, non esportiamo conflitti armati”.

L’insofferenza che trapela da queste parole non segna ancora la fine di Chimerica. Con la Clinton i leader del regime faranno le prove generali di un dialogo costruttivo, convinti come sono che a nessuno giovi aggravare la recessione globale. Ma visto il disamore dell’America profonda verso di loro, i dirigenti della Repubblica Popolare stanno studiando un piano B. Tra le mosse più ardite c’è l’uso delle imponenti riserve valutarie per scopi nuovi: finanziare l’acquisto di giacimenti di materie prime all’estero, dall’Australia all’Africa all’America latina. Sarebbe una riconversione densa di conseguenze, un colpo alla stabilità del dollaro, un ammanco di finanziamenti preoccupante per il Tesoro di Washington. Quella soglia fatale non è stata ancora varcata. “Vi odiamo ma non possiamo fare a meno di voi”, resta il sentimento-chiave di questa fase. Ma anche la pazienza confuciana ha un limite.

La Repubblica, 19 febbraio 2009

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