La crisi del “gigante” cinese e le guerre valutarie

Il settore dell’acciaio in Cina soffre di un acuto problema di sovraccapacità produttiva, e gli utili del comparto sono diminuiti del 98% rispetto allo scorso anno. Lo riferisce il South China Morning Post (Scmp), quotidiano con base a Hong Kong, secondo cui l’attuale capacità produttiva delle acciaierie cinesi è pari a 900 milioni di tonnellate annue, a fronte di una produzione nel 2012 di acciaio primario (crude steel, ndr) di 716 milioni di tonnellate. Per contro la produzione mondiale di acciaio è stata pari a 1.548 milioni di tonnellate. Fino a non molti decenni fa il dato sulle tonnellate di acciaio prodotte era uno dei maggiori parametri di paragone tra le diverse economie mondiali (perché non distorto da tassi di cambio valutari variabili ed a volte arbitrari). Chi ha una certa età ricorda ancora come l’Unione Sovietica, per magnificare i suoi progressi economici, sciorinava ogni anno trionfalisticamente i dati di incremento della produzione siderurgica. Oggi, per quanto la produzione di acciaio sia ancora importante come dato economico, la sua rilevanza è però indubbiamente minore. In molte applicazioni, infatti, si è pervenuti ad una sostituzione dei materiali di base (si pensi, ad esempio, al contenuto di plastica nelle autovetture). L’acciaio rimane comunque rilevante nel settore delle costruzioni immobiliari, un comparto chiave dell’economia e perciò l’andamento delle vendite siderurgiche è indicativo delle tendenze dell’economia reale.

Vendite siderurgiche ed economia reale
Per quanto importante, però, il dato sulla acciaio non sarebbe di per sé un elemento di rilievo tale da meritare una menzione specifica su AsiaNews – che è una rivista missionaria e non un bollettino industriale. A maggior ragione non lo è il dato sulla sovraccapacità produttiva del settore siderurgico in Cina, di cui si lamenta il Scmp, anche perché il resto del mondo sta peggio. Infatti nel 2012 il tasso medio di utilizzo della capacità (average capacity utilisation ratio, ndr) è stato del 79,55% in Cina, mentre nel resto del mondo è stato peggiore, il 78,8%.
È, invece, un dato interessante perché si presta ad alcune considerazioni sul trasferimento della distorsione monetaria (di cui abbiamo già scritto) al settore dell’economia reale. La notazione da cui partire è che la produzione cinese di acciaio lo scorso anno è stata il 46,25% di quella mondiale, laddove la popolazione cinese è meno del 20% (il 19,2%) di quella mondiale. In termini pro-capite, basta fare una semplice divisione, la produzione cinese è del 240% superiore alla media riferita alla popolazione. Osserviamo inoltre che la Cina importa sia minerale di ferro che energia, ed in particolare carbone, che buona parte degli impianti sono basati su tecnologie obsolete e che anche le produzione più avanzate non possono spiegare un eventuale vantaggio comparativo delle produzioni cinesi rispetto a quelle del resto del mondo; infine, che l’incidenza del costo dei salari nell’industria siderurgica è di fatto scarsamente influente.
L’unico fattore che può dare una parziale spiegazione della concentrazione in Cina di quasi la metà della produzione mondiale di acciaio è la minore incidenza – ed in certi casi la totale mancanza – di regole riguardanti le emissioni inquinanti. La “libertà” di inquinare garantita in Cina all’industria siderurgica – evidente anche all’osservatore più superficiale – non può, però, spiegare del tutto, in termini di costi benefici, l’abnorme sviluppo della produzione cinese di acciaio. Il fattore determinante è, infatti, quello del tasso di cambio degli ultimi venti anni, da quando nel 1994 fu fissato, arbitrariamente, ad un valore svalutato di circa il 45% rispetto alla parità di potere di acquisto (Ppa) dello yuan rispetto alla media delle valute estere. Nel corso dei due decenni successivi la banca centrale, grazie alla non convertibilità dello yuan, ha mantenuto a tale livello questa sottovalutazione del cambio rispetto alla Ppa.

Dalla sovraccapacità produttiva alla crisi nell’export
All’epoca questa evidente distorsione monetaria – particolarmente significativa in un regime di eliminazione dei dazi doganali imposta dagli accordi del Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio – fu imposta al resto del mondo come contropartita di una graduale transizione della Cina da un’economia statale di pianificazione centralizzata, di tipo sovietico maoista, ad un economia aperta al resto del mondo, globalizzata, diremmo oggi. Nonostante tutte le differenti etichette giornalistiche, tipo turbo-capitalismo, iper-liberismo, o capital-comunismo, non si poteva – e non si può – parlare di economia di mercato con riferimento alla Cina: di un regime economico che beneficia, grazie al tasso di cambio, di un sussidio sulle esportazioni pari al 45% (oltre a vari altri incentivi amministrativi) tutto si potrà dire tranne che si tratti di un’economia di mercato.
Ovviamente questa situazione non ha riguardato solo l’industria siderurgica, ma più o meno tutti i settori ed in particolare quello dei minerali industriali, dei metalli, delle materie prime e dei prodotti industriali di base. È chiaro che il successo economico cinese di questi ultimi due decenni non è stato conseguito grazie ad una maggiore efficienza comparativa del sistema economico, ma in primo luogo grazie semplicemente alla distorsione valutaria.
La logica conseguenza di una crescita cinese trainata dalla sovvenzione alle esportazioni è stato lo sviluppo, come una metastasi inarrestabile, di un’economia basata su un uso intensivo ed abnorme delle risorse, un’inefficienza che nel linguaggio di tutti i giorni si direbbe spreco e le relative conseguenze si sono riversate soprattutto sulle quotazioni delle materie prime. Di questo fenomeno abbiamo ad AsiaNews abbiamo più volte dato conto nell’ultimo decennio. La novità è, dunque, un’altra e cioè che, a differenza di prima, un quotidiano a grande diffusione venga per la prima volta a riconoscere l’esistenza del problema della sovraccapacità produttiva di cui abbiamo riferito all’inizio. Questa ammissione dell’esistenza del problema della sovraccapacità è molto significativa: vuol dire indirettamente riconoscere, forse per la prima volta, che esiste un vincolo esterno al modello di sviluppo cinese trainato dalle esportazioni. Quando la concentrazione in Cina della produzione mondiale di acciaio è arrivata a quasi il 50 % – e per altri settori industriali la concentrazione produttiva è ben oltre, arrivando a punte del 70 % e più – è evidente che non ci sono ulteriori margini di incremento. La crescita economica cinese perde con ciò il suo motore principale, il costante aumento delle esportazioni.

Il sistema cinese a rischio implosione
Per i dirigenti cinesi questo, però, è un grave problema. La crescita economica deve, infatti, mantenersi a livelli molto elevati per evitare che il già forte di scontento popolare nelle varie provincie della Cina si coalizzi a livello nazionale e rovesci la casta comunista al potere. In altri termini, l’emergere di questo vincolo esterno insormontabile, la saturazione della domanda mondiale, significa che il regime cinese non può più traslare all’esterno le sue macroscopiche contraddizioni interne. Finora il regime cinese aveva sopito il latente malcontento popolare tenendo elevato il tasso d’incremento dell’attività economica: fino al 2008 grazie alla crescita smisurata delle esportazioni ed in seguito costruendo città fantasma disabitate di cui non c’è bisogno e aggiungendo capacità produttiva ridondante laddove c’è già sovraccapacità.
La distorsione finanziaria e monetaria, tradottasi in distorsione economica reale, nel reale ha però ora trovato il suo limite e la contraddizione finora latente è ora prossima ad esplodere, in una maniera o in un’altra. Questo ci aiuta a comprendere un errore teorico disastroso degli ultimi cinquanta anni diffusosi  in tutto il mondo e non solo in Cina. Il postulato keynesiano, far scavare ai disoccupati delle buche e poi dir loro di riempirle e remunerarli per dare loro un reddito e generare così crescita economica, non solo è un errore basato sulla menzogna – che la fatica consumata sia comunque davvero un bene, un valore cioè apprezzato e perciò spendibile – ma è anche una sicura ricetta per un disastro di più grandi proporzioni. Costruire, per “creare” dal nulla posti di lavoro, per dare lavoro realizzando prodotti che nessuno è interessato ad usare e perciò a comprare – ed è il caso specifico del settore immobiliare cinese – è una cattiva allocazione delle risorse, uno spreco, un cattivo investimento che si paga a caro prezzo, in termini sociali e di tensioni belliche.
La cattiva allocazione, lo spreco, porta, infatti, ad una tensione sulle risorse di base ed alla corsa per accaparrarsele. È stato già vero, ad esempio, negli anni Trenta del secolo scorso con il riarmo della Germania nazista. La spesa pubblica per il riarmo e le opere pubbliche, in una prima fase generò, infatti, la prodigiosa rimonta dell’economia tedesca, nei primi anni del cancellierato di Hitler. Il maggior fabbisogno, indotto dall’incremento arbitrario della spesa pubblica, di derrate agricole e di materie prime per l’industria germanica portò però poi il regime ad una politica di espansione territoriale. La politica del “Lebensraum”, dello spazio vitale, era infatti mirata proprio ad assicurare un accesso privilegiato germanico alle risorse. Le conseguenze belliche sono poi note.

Guerra (monetaria) in Estremo Oriente
Oggi, con la svalutazione dello yen giapponese di circa il 28% in pochi mesi, in risposta alla sistemica sottovalutazione dello yuan cinese e del won coreano, assistiamo ad una riedizione delle guerre valutarie che nello scorso secolo precedettero le guerre combattute militarmente. Chi poi storicizza le sofferenze belliche – la 2a guerra mondiale è un male che però avrebbe permesso di uscire dalla crisi del ’29 – sbaglia. Gli Usa si ripresero subito dopo la guerra dalla crisi economica dell’anteguerra non “grazie” alla guerra, ma perché erano l’unico sistema industriale rimasto praticamente intatto ed indenne rispetto alle distruzioni belliche. Il resto del mondo non recuperò produzione industriale e crescita economica se non molto dopo, agli inizi degli anni sessanta, come frutto dei due decenni di relativa pace. Oggi, ad AsiaNews, nutriamo forti timori per la pace in Estremo Oriente.

Fonte: Asia News, 18 marzo 2013

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