La colata cinese. Casa in città, l’ultimo status symbol

Sull’ossessione e i tormenti cinesi per la proprietà di una casa è stata imbastita persino una fiction televisiva, Wo Ju, (Piccola dimora) che seguiva le vicissitudini di una giovane coppia, laureata e benestante, alla ricerca disperata di un’abitazione finché lei non la ottiene cedendo alle attenzioni di un funzionario governativo dai forti agganci.

Un successo strepitoso, qualche ritocco censorio nei momenti forti e polemiche roventi sugli «schiavi del mutuo» e i nuovi modelli di vita. La storia dell’urbanizzazione più accelerata e massiccia della storia umana è intrisa di questi incandescenti aspetti sociali. La colata di cemento che avanza sulla Cina accompagna una delle più massicce migrazioni interne della sua storia, e nessuna delle due si arresterà. Un processo di dimensioni abnormi che suscita la meraviglia di tutto il mondo per le giungle di grattacieli innalzate da un giorno all’altro, ma coagula anche intorno a sé gli interessi più sfrenati dell’economia, gli intrecci più incestuosi della politica e gli azzardi più rischiosi della finanza bancaria. In un mix che tracima nella società esasperando gli animi. Insomma un fenomeno in cui convergono gran parte dei nodi della Cina contemporanea. La speculazione edilizia si accompagna sistematicamente alle urbanizzazioni massicce, e la Cina non ha fatto eccezione. Ma dallo scorso anno, mentre entrava in azione il piano di stimolo anti crisi deciso dal governo (oltre 450 miliardi di euro) che ha spinto le banche a prestare in un anno oltre 1000 miliardi di euro, la speculazione si è gonfiata a livelli estremi, diventando una bolla di pericolose dimensioni. Nel marzo scorso i prezzi delle case hanno registrato in media un aumento dell’11,7% rispetto all’anno precedente. Una media nazionale nella quale convergevano però gli aumenti del 64,8% registrati nell’isola di Hainan, famoso luogo di vacanze, e il 59,9% in più richiesto per comprare una casa nuova a Pechino, dove l’80% degli abitanti non può permettersi di comprare un’abitazione (Caijing 20/04/10). Secondo un recente studio del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Mass. (citato dal New York Times, 1 agosto) i prezzi del terreno a Pechino sono aumentati del 750% dal 2003, e la metà dell’incremento si è aggiunto negli ultimi due anni. La proprietà di una casa, assurta nell’immaginario cinese a status symbol della riuscita sociale, è diventata così un sogno davvero irraggiungibile anche per la mitica middle class. Laddove i ricconi si permettono di comprarne in serie, lasciandole vuote, tanto per loro la proprietà immobiliare è solo un bene rifugio, al pari dell’oro. E con la crisi che infuria, se la Borsa tradisce e l’export vacilla, il mattone resta una certezza, che non si svaluterà perché nessuno ha interesse a farlo. Ma di fronte all’euforia ha cominciato a serpeggiare il timore che anche la Cina potesse fare la fine degli Usa, travolta dallo scoppio della bolla immobiliare. Ipotesi improbabile, data la fondamentale diversità delle situazioni, anche se un mix infiammabile è stato alimentato da alcuni intrecci perversi. Tanto che nel novembre 2009 è arrivato sul tavolo del vice premier Li Keqiang un rapporto allarmato del Finance and Economics Leadership Small Group che sottolineava l’importanza di stabilizzare i prezzi degli immobili, legando per la prima volta a filo rosso il fenomeno con la stabilità sociale. Il governo però fino a marzo è rimasto a guardare, timoroso di spezzare la ripresa economica con un intervento di freno agli spiriti selvaggi. Ma quando il suo silenzio, divenuto assordante in occasione dell’annuale seduta plenaria dell’Assemblea nazionale del popolo, è stato preso come via libera per nuove scorribande e i prezzi delle case sono di nuovo aumentati del 15,4% nella media nazionale, ha deciso di intervenire modificando le regole del gioco. Ad aprile un editto in 10 punti è stato gettato sul mercato, gelando la Borsa di Shanghai (martellata anche dalla crisi greca nell’Eurozona). Le nuove disposizioni cercano soprattutto di frenare la speculazione, – restringendo il credito e aumentandone il costo per chi è già proprietario, ostacolando i mutui facili – e annuncia piani per aumentare l’offerta di case, soprattutto per le fasce più povere. Così, nel 2010 il governo metterà in offerta solo per lo sviluppo residenziale 180mila ettari (più 130 % rispetto al 2009) e il 40% dovrà essere riservato a piccole medie abitazioni a basso costo. Ancor più decisivo, ai governi locali viene detto che tra i criteri di valutazione del loro operato vi sarà d’ora in poi l’offerta di case a basso prezzo. E’ stato inoltre ordinato alle compagnie statali di uscire dal settore, drogato anche dalle loro offerte troppo alte. Il punto nodale sono proprio i governi locali. Nel 2009 hanno incassato dalle aste per la vendita dei diritti d’uso dei terreni 1.590 miliardi di yuan (circa 174 miliardi di euro), un aumento del 40% rispetto al 2008 (dati del Ministero delle Finanze cinese). Una somma pari al 4% del Pil e che rappresenta il 44% di tutte le entrate delle unità amministrative sub nazionali. E’ la voce in attivo più consistente, visto che di tasse sulla proprietà si comincia a parlare solo ora, in via ipotetica e sperimentale. Molte amministrazioni però non se la passano bene. Secondo il National Audit Office 18 province, 16 grandi città e 36 contee hanno ammassato debiti per 2.790 miliardi di yuan (oltre 300 milioni di euro) (Willy Lam, Beijing’s Record Revenue Haul Exacerbates Central-Local Tensions, China Brief, 9/7/2010) . Ma le sofferenze più preoccupanti sono quelle nascoste nelle cosiddette «piattaforme di finanziamento», società gestite o sostenute dai governi locali per realizzare progetti infrastrutturali. Questi «veicoli» consentono di prendere prestiti dalle banche (operazione formalmente proibita alle amministrazioni), dando in garanzia il valore delle terre. Ben si comprende allora perché quel valore debba crescere. Secondo i vertici di controllo del sistema bancario tali debiti «indiretti» ammonterebbero a oltre 7000 miliardi di yuan (70% in più rispetto al 2008). E continuano a crescere, rappresentando quest’anno il 40% di tutti i prestiti concessi dalle banche nel primo trimestre. Quanto alla solvibilità, per il ricercatore dell’Accademia sociale delle Scienze, Liu Yuhui, solo il 10% di queste piattaforme è in grado di ripagare i debiti attraverso la solidità dei progetti di investimento infrastrutturale. La grande maggioranza spera di restituirli grazie al valore della terra accresciuto dai progetti edilizi. (Barry Naughton, China Leadership Monitor No.33). Progetti che peraltro danno vita ad equivoche e corrotte alleanze tra governanti e palazzinari. Ma se la giostra si ferma, per i governi locali è bancarotta, e le banche stesse saranno colpite. Riuscirà il governo a tagliare i nodi senza far crollare il sistema? Tra qualche mese si saprà. Intanto, si alimenta l’ottimismo. In definitiva, come ha scritto il China Daily il 30 luglio scorso, sarà l’urbanizzazione accelerata che continuerà a far correre l’economia per almeno altri 10/15 anni. Nel 2015, il 52% della popolazione cinese vivrà nelle9 città (oggi è il 46,6%), nel 2030 sarà il 65%. Sorge un dubbio: ma i dati ufficiali prendono in considerazione anche i migranti, tenuti in un limbo perenne e senza diritti di cittadinanza? Comunque il prossimo piano quinquennale prevede che dal 2011 al 2015 ogni anno dieci milioni di contadini lasceranno le campagne per le città. Magari saranno rinchiusi tutti dentro villaggi recintati e sorvegliati a vista, ma anche quello potrebbe diventare un business.

Fonte: Il Manifesto, 9 agosto 2010

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