La Cina vuol sedersi a capotavola per riscrivere le regole del nuovo mondo

Sul finire degli anni ’60, gli anni in cui il presidente Barack Obama viveva in Indonesia, la Cina veniva vista da quel Paese come una maligna forza del Nord, ove comunisti congiuravano per esportare la loro rivoluzione nel resto dell’Asia. La Djakarta che Obama visiterà nei prossimi giorni, invece, guarda oggi alla Repubblica Popolare con occhi ben diversi. Tanto per fare un esempio: le imprese locali fanno affari in yuan cinesi piuttosto che in dollari statunitensi.

Se Djakarta dovesse subire un tracollo finanziario, come accadde nel 1997, ad esempio, oggi avrebbe la possibilità di appoggiarsi su un fondo regionale di riserva di ben 120 mld. di dollari: si tratta di una fondo anti-crisi asiatico costruito sul modello del Fondo Monetario Internazionale e che sarà lanciato questa settimana, quasi interamente dotato dalle massicce riserve monetarie estere della Cina popolare. E’ bene mettersi in testa che, ormai, le questioni chiave politico-economiche dell’Asia non sono più oggetto in lunghe ed estenuanti trattative condotte dai presidenti USA nei loro viaggi, in tutto simili a quello che si appresta a fare Obama (con trattative bilaterali tra Stati Uniti e le singole nazioni asiatiche), bensì le questioni vengono affrontate in summit dove i soli ad incontrarsi sono Cina, Giappone, Corea del Sud e gli altri paesi del Sud-Est asiatico.

“Alla Cina il merito di aver contribuito ad operare un cambiamento del paradigma Asia-Pacific, riferibile principalmente alle relazioni tra Stati Uniti e Giappone, a quello East-Asia, ove invece la Cina ricopre un ruolo centrale,” ricorda Martin Jacques, autore di When China Rules the World.

Tutto ciò appare in fondo perfettamente logico: nessuno si sentirebbe oggi di negare alla Cina voce in capitolo sulle questioni che riguardano più da vicino la sua regione. Ma ciò che la maggior parte delle persone non hanno ancora compreso però, è che Beijing vuole anche riscrivere – o almeno contribuire a riscrivere – le nuove regole del mondo. “La Cina ha deciso di sedere a capotavola,” rammenta Cheng Li, responsabile della ricerca presso il John L. Thornton China Center della Brookings Institution. “I suoi leader ritengono di aver tutto il diritto a essere tra i principali architetti delle istituzioni globali del futuro”.

Si dimentica spesso, infatti, che le organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, furono create da piccolo gruppo di nazioni in cui il ruolo di guida spettava agli Stati Uniti. Queste organizzazioni economiche dispongono di capacità operative globali, le quali però esprimono politiche per lo più ancorate a valori americani e, in un certo senso, funzionali al dominio globale della superpotenza statunitense. All’epoca in cui la Cina era solo un attore di secondo livello, i suoi leader dimostravano di non amare sempre la “configurazione” del sistema, ma accettavano comunque di viverci dentro, come quando, pur soggetti a forte opposizioni, essi decisero di far entrare la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Ora le cose sono cambiate: la Cina ha un’influenza internazionale ben più ampia, e la sua opinione pubblica è profusa di toni combattivi (se non proprio esplicitamente nazionalistici). Con un occhio agli interessi nazionali cinesi, e con l’altro focalizzato su coloro i quali accusano il regime di essere troppo “indulgente” con l’Occidente, Beijing ha lanciato una campagna silenziosa per rendere i sistemi internazionali più compatibili con gli interessi cinesi (anche nella speranza di poter così aumentare le possibilità di sopravvivenza del regime stesso). E adesso, per ironia della sorte, i politici statunitensi si lamentano spesso del fatto che la Cina non sia sufficientemente coinvolta negli affari del mondo, come testimonia, ad esempio, la ritrosia dei leader cinesi a lasciarsi coinvolgere negli sforzi di stabilizzazione in Afganistan. E’ comunque vero che in molti di questi casi è stato chiesto alla Cina e ai suoi leader di partecipare alla vita di un sistema alla cui definizione essi non hanno mai potuto prendere parte, convinti – forse a giusto titolo – che  l’attuale sistema sia stato costitutivamente pensato per favorire gli interessi dell’Occidente.

I cinesi dimostrano infatti di essere molto più inclini a partecipare a gruppi che essi stessi hanno contribuito a organizzare, come ad esempio la “Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai”, una sorta di NATO centro-asiatica in cui la Cina (come emerge nitidamente dal nome dell’organizzazione) gioca un ruolo di guida. Per quanto tale alleanza sia nata come una specie di gioco nel 1996, essa è cresciuta sino a diventare un pilastro di sicurezza collettiva regionale. Allo stesso tempo, lo sforzo di Beijing di far rivaleggiare lo yuan con il dollaro statunitense si sta lentamente facendo strada. Negli ultimi mesi, la Cina ha firmato accordi di scambio tra valute estere (currency swap) per un valore di 100 mld. di dollari con i governi di Argentina, Indonesia e Sud Corea. Lo yuan è divenuto una valuta di scambio nelle transazioni commerciali tra i paesi del sud-est asiatico e due province cinesi periferiche.

“Lo yuan sarà in futuro usato come valuta commerciale negli scambi con l’India, il Pakistan, la Russia, il Giappone e la Corea,” profetizza Gu Xiaosong, direttore dell’Institute of Southeast Asian Studies a Nanning. Senza contare che questi paesi saranno inoltre in grado di usare la valuta cinese nei reciproci scambi commerciali. Ma c’è di più: nell’intento di muoversi verso una piena convertibilità dello yuan sui mercati valutari internazionali, sul finire dello scorso anno, Beijing ha emesso il suo primo prestito obbligazionario internazionale sulla piazza finanziaria di Hong Kong.

Ma non è tutto: parallelamente, e con discrezione, Beijing sta contribuendo anche ad un ridefinizione degli standard del Web. Recenti agenzie hanno lanciato alla ribalta lo scontro triviale tra la Cina e Google, il quale tra l’altro ha annunciato che non avrebbe più assicurato l’osservanza delle regole di censura locali dopo che le sue reti aziendali erano state oggetto di attacchi da parte di computer cinesi.

Non bisogna lasciarsi confondere però: i cinesi hanno lavorato (e lavorano) in parallelo, con grandi sforzi, allo sviluppo dei nuovi standard per l’IPv6, il nuovo protocollo Internet versione 6. La versione corrente, l’IPv4, esaurirà entro il prossimo anno la quantità di indirizzi IP disponibili. E non stupirà l’impazienza con la quale Beijing attende che quel giorno arrivi: secondo i dati disponibili all’Agosto 2007, con l’attuale versione IPv4, circa un 1.4 miliardi di indirizzi, ovvero la stragrande maggioranza, sono finiti “nelle mani” di imprese e individui statunitensi, mentre alla Cina sono toccati i ben più miseri 125 milioni di indirizzi IP. Si tratta di meno di un indirizzo IP ogni 100 persone per la Cina, contro i cinque a persona per gli Stati Uniti. Il nuovo IPv6 fornirà invece miliardi di nuovi indirizzi per ogni genere di utilizzo: si va dai siti Web, passando per strumenti di intelligent home sino ad applicazioni per scopi militari. E’ fuor di dubbio che, questa volta, Beijing intenda prendersi la sua fetta di torta.

E’ inoltre probabile che la Cina voglia espandere, con il passaggio a IPv6, le proprie capacità nel campo dello spionaggio cibernetico: a dispetto della precedente architettura, IPv6 permette che gli indirizzi IP siano legati a specifici computer o device mobili, cosa che aumenterebbe ulteriormente le possibilità del regime di perseguire i cosiddetti Netizens.

A guardar bene, gli sforzi della Cina sembrano tenuti insieme da uno strana miscela di fiducia, orgoglio e insicurezza. Da un lato la Cina è ormai cosciente del sensibile aumento delle proprie capacità tecnologiche, spingendo alcuni ad immaginare, almeno in certi settori, la possibilità di un sorpasso ai danni dell’Occidente. “Si è sempre covata la convinzione, tanto in Cina che in altre nazioni in via di sviluppo, che l’Occidente fosse il futuro: ora  all’improvviso questo assunto non è più necessariamente vero,” afferma Ruchir Sharma, capo della divisione emerging markets della Morgan Stanley Investment Management. Gli scienziati e i ricercatori cinesi ritornano in massa nei patri laboratori a condurre ricerche originali in ambienti ben sovvenzionati. D’altro canto i cinesi sono coscienti che se venissero esclusi dalla ridefinizione dei nuovi standard internet, essi sarebbero esposti a manipolazioni a tutto vantaggio dei loro nemici. Per prevenire questa possibilità il regime ha tentato, ad esempio, di impedire l’introduzione nella pubblica amministrazione dei sistemi operativi Microsoft, nella convinzione – almeno in parte – che quei software potessero nascondere una “back door” che avrebbe permesso al governo statunitense di sferrare cyber-attacchi contro la Cina.

Fonte: Il Legno Storto, 25 marzo 2010

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