La Cina va alla conquista dell’Africa

Roma, Italia – Il presidente cinese Hu Jintao ha cominciato due giorni fa un viaggio strategico nelle Terre Africane per incontrare degli “amici” e non dei semplici “fornitori”. Scopo della sua missione, che non farà tappa nei paesi più ricchi del Continente, sebbene gli interessi cinesi in Mali, Senegal, Tanzania e isola di Mauritius siano innegabili, è mostrare che la Cina non vede l’Africa solo come un vasto giacimento dal quale estrarre materie prime strategiche o dal quale pompare l’oro nero.

Più di un terzo del petrolio cinese viene dall’Africa, Angola in testa. E’ infatti da Luanda che il premier cinese, Wen Jiabao, ha affermato alla fine del 2008 che, nonostante la crisi finanziaria globale, Pechino non abbandonerà l’Africa. A metà gennaio, poi, il ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, ha ribadito dal suolo africano che gli aiuti al Continente non saranno diminuiti. Anzi, Jun ha rivelato che Hu Jintao annuncerà un aumento dei sostegni finanziari all’Africa. In Senegal, inoltre, Hu ringrazierà uno degli ultimi paesi che riconoscono Taiwan ad essere entrato nel “girone” cinese. Pechino si è prefissata l’obiettivo di portare le relazioni commerciali con l’Africa sopra la soglia dei 100 miliardi di dollari. Nel 2008 il giro d’affari è stato di 106,8 miliardi. Meglio del previsto.

L’Africa può “imparare molto dalla Cina”. Ne è convinto il senegalese Adama Gaye, autore del saggio “Cina-Africa: il dragone e lo struzzo” (2006). Ma, mentre il presidente cinese Hu Jintao si trova in visita nel Continente e farà tappa anche in Senegal, sottolinea che in questa partnership si sente “solo la voce di Pechino”.

“Sono favorevole al rafforzamento delle relazioni sino-africane, perchè l’Africa ha da imparare molto dalla Cina. Ha superato problemi che il nostro Continente ha a sua volta conosciuto: conflitti interni, dominazioni coloniali straniere, gestioni economiche ancora oggi poco felici”, ha spiegato Gaye. Ciò che il Paese del Dragone ha fatto per reinventarsi “dovrebbe ispirare i leader africani”, anche se, sul piano democratico, la Cina “non ha fatto i progressi che molti paesi africani hanno realizzato”. Secondo lo scrittore, tuttavia, nel parternariato, si sente una voce sola, che è quella cinese: “Serve un dialogo vero. La Cina ha il diritto di perseguire i suoi interessi nazionali, ma è necessario che non approfitti troppo della debolezza dei Paesi africani”, ha messo in guardia.

Per mantenere la sua forte crescita economica, Pechino, ha affermato Gaye, non ha altra scelta che cercare le risorse naturali, che non possiede, e ciò che la porta a sviluppare buone relazioni politiche con l’Africa nell’intento di garantirsi le risorse petrolifere e minerarie in Sudan, Gabon, Angola o Nigeria. Ci sono tuttavia delle “nubi” nelle relazioni tra Cina e Africa, che i cinesi non devono tentare di negare: molti africani sono vittime di discriminazioni per viaggiare o lavorare in Cina o nei cantieri cinesi in Africa. La firma di molti contratti avviene tacitamente, accentuando il rischio di un saccheggio delle risorse naturali africane.

Apcom, 12 febbraio 2009

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