La Cina sull’Honda dello sciopero

Tante industrie straniere in Cina, tra cui la Honda e la Foxconn, sono state colpite tra maggio e giugno da numerosi scioperi di lavoratori che vogliono degli stipendi più elevati. La crisi economica ha portato le aziende a lavorare di meno e quindi a dover licenziare o a tenere bassi i costi. Negli ultimi tempi è aumentata la consapevolezza dei diritti dei lavoratori raggiunta grazie all’operato di alcuni proto sindacati perciò i manager sono stati costretti ad andare incontro alle esigenze degli operai per evitare che la protesta diventi ingestibile anche per il regime. Geoffrey Cheng, un analista del Daiwa Institute of Research, afferma: “Stiamo assistendo alla crescita delle aspettative tra molti operai: la gente sa che in altri impianti di produzione ci sono stati aumenti, e chiedono le stesse misure dai propri datori”. Il grande dissidente cinese Wei Jingsheng pensa che il problema non si risolverà fino a che il governo di Pechino e i suoi alleati occidentali non rinunceranno agli enormi profitti che lo sfruttamento del lavoro nel Paese permette loro. Fino ad ora il governo comunista ha definito “crimine politico” la richiesta di diritti da parte degli operai. Negli ultimi 60 anni diverse organizzazioni nate in maniera spontanea sono state spazzate via con l’accusa di essere “controrivoluzionarie”. I loro leader sono stati sbattuti in galera o perseguitati. Se quest’ ultima ondata di movimenti sindacali non costringerà il governo cinese a instaurare una normale struttura economica, allora si andrà incontro inevitabilmente al collasso della Cina.
Erika Eramo

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