La Cina spinge il Tibet alla disperazione

Si chiamava Nagdrol. Aveva diciotto anni. Era un monaco. Si è dato fuoco fuori dal suo monastero ed è morto a causa delle gravi lesioni provocate dalle fiamme che hanno danneggiato i suoi organi vitali. I monaci e le persone presenti sul posto che hanno assistito al suicidio, hanno accerchiato il cadavere di Nagdrol al fine d’impedire che lo prelevasse la polizia, che aveva richiesto la sua salma. E’ accaduto lo scorso 19 febbraio a Ngaba, nella prefettura di Aba, in Tibet, una zona al confine tra le regioni abitate da gruppi etnici tibetani e quelle abitate dagli han, che compongono la maggioranza etnica cinese. I suicidi pubblici di monaci e laici tibetani – 24 dal 2009, secondo fonti attendibili – dimostrano quanto sia disperata la situazione dei tibetani. Lo ha sottolineato ad Asia News, qualche settimana fa, il lama geshe Gedun Tharchin, che ha detto: “I monaci buddisti che si sono auto-immolati hanno una fede molto forte. Ma non possiamo sapere quali siano i percorsi che li hanno portati a gesti così estremi, gesti su cui persino il Dalai Lama ha espresso tante riserve. Le loro anime erano mosse dal desiderio di libertà, e sono tutti morti invocando il nostro leader spirituale. La situazione, per loro, è davvero dura”. Il lama ha aggiunto: “Per la nostra religione ogni vita è sacra, e uccidersi è un danno enorme per l’anima. Ma chi vive in Tibet ha fame di libertà, soprattutto religiosa: una fame che sta attraversando tutta la Cina. E il governo è sicuramente molto duro con loro: ho visto i video delle immolazioni apparsi sulla Rete negli scorsi giorni e non sono riuscito a provare altro che compassione per queste persone”. Lo stesso Dalai Lama, capo politico e spirituale del Tibet – che più volte ha chiarito che il buddismo tibetano “non ammette il suicidio” e ha chiesto ai suoi monaci di “usare la pazienza e la compassione” invece di togliersi la vita – intervistato dalla Bbc, ha affermato che questo metodo di protesta non potrà aiutare più di tanto la causa tibetana e soprattutto danneggia il karma dei monaci morti: “Molti tibetani sacrificano le loro vite: ci vuole coraggio, molto coraggio. Ma con quali effetti? Il coraggio da solo non basta. Occorre usare giudizio e saggezza”. Ha però aggiunto: “Nessuno sa quante persone vengono uccise e torturate, ovvero muoiono per torture. Nessuno lo sa, ma molta gente soffre. Con quali effetti? I cinesi rispondono con più forza”. Gran parte di coloro che si sono immolati fanno parte del monastero di Kirti, dove vivono 2.500 monaci: nel solo mese di febbraio, una monaca di 19 anni e due monaci, di 18 e 19 anni. Il monastero di Kirti è stato assediato più volte nel corso dell’ultimo anno, a partire dal mese di aprile, quando le autorità hanno rafforzato le misure di sicurezza in tutta la zona e hanno circondato il monastero con 800 agenti di polizia. Qualche giorno dopo, la popolazione locale – diverse migliaia di persone, tra cui molte donne e anziani, secondo quanto riferisce il Centro di Documentazione per il Tibet – formò un cordone umano attorno al monastero per proteggere i monaci e tentare di impedire al personale militare l’ingresso al convento e l’arresto dei religiosi dopo che le autorità cinesi avevano fatto sapere che tutti i monaci di età compresa tra i 18 e i 40 anni sarebbero stati trasferiti in altra località per essere sottoposti a sessioni di ri-educazione patriottica. Secondo fonti tibetane in esilio, la gente della Prefettura di Ngaba riuscì ad impedire che un certo numero di veicoli militari entrasse nel monastero, ma la polizia, per disperdere i tibetani, usò bastoni elettrici e cani addestrati. Diverse persone furono morse. I monaci cercarono di uscire per aiutare i loro difensori, ma furono bloccati da recinzioni di filo spinato e guardie armate. Il regime cinese è anche accusato di usare l’arma della corruzione, promettendo 20mila yuan e un prestito di 50mila yuan per aiutare a “cominciare una nuova vita” a chi si allontana volontariamente dal monastero. La Repubblica Popolare Cinese invase il Tibet nel 1950. Il Dalai Lama tentò una pacifica convivenza con i cinesi, ma fu feroce la repressione del regime, che nel 1959 scatenò una rivolta, stroncata dall’esercito cinese con l’uccisione di oltre 87.000 civili. Il Dalai Lama, seguito da circa 100.000 tibetani, fu costretto a fuggire dal Tibet e chiese asilo politico in India, dove fu costituito un governo tibetano in esilio. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le 135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano il paese per sfuggire alle persecuzioni cinesi non conosce sosta. L’Associazione Italia-Tibet riferisce nel suo sito (www.associazioneitaliatibet.org) che oltre un milione di tibetani sono morti a causa dell’occupazione e che il 90% del patrimonio artistico e architettonico tibetano, inclusi circa seimila monumenti tra templi e monasteri, è stato distrutto. La Cina – che occupa il Tibet con almeno 500mila soldati – ha depredato il paese delle sue ricchezze naturali e lo scarico dei rifiuti nucleari e la massiccia deforestazione hanno danneggiato in modo irreversibile l’ambiente e il fragile ecosistema del paese. Mentre prosegue la pratica della sterilizzazione e degli aborti forzati delle donne tibetane, la politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico a quello religioso e lavorativo. Il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato; migliaia di tibetani sono tuttora imprigionati, torturati e condannati senza processo. Le condizioni carcerarie sono disumane. I tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso: monaci e monache sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista. Numerose sono state le risoluzioni delle Nazioni unite, del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali sulla situazione tibetana, ma ciò nonostante, nulla è accaduto per fermare il genocidio culturale del popolo tibetano. Con la Cina, gli Stati occidentali, non rinunciano a fare affari e non pongono il problema del rispetto dei diritti umani nei confronti di un Paese che regola i rapporti con i “pericolosi sovversivi” – come definisce i cristiani, i buddisti, i falun gong – rinchiudendoli nei campi di concentramento, assieme ai delinquenti comuni. Nei laogai, così si chiamano, gli esseri umani sono costretti a lavorare 16 ore al giorno, senza nessuna regola e subendo punizioni corporali per inadempienze. Il frutto del loro lavoro, prodotto in situazione di schiavitù, viene esportato in larga parte nei nostri Paesi e venduto sottocosto. Insomma, di fronte alla realtà cinese, i Governi occidentali e la comunità internazionale, omettono d’intervenire, assecondando la forza ed il potere enorme di un regime che per conservare se stesso, è disposto a continuare a fare strame della libertà, della democrazia e della vita dei suoi “sudditi”, che considera solo carne da macello.

Danilo Quinto

Fonte: La Bussola Quotidiana, 22 marzo 2012

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