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Come la Cina si stizzisce, pur rimanendo fuori dal dibattito internazionale sui diritti umani

Con il crescere del peso politico globale della Cina, è sempre più di fondamentale importanza parlare delle violazioni dei diritti umani nel Paese.

di Sarah M Brooks

Poco tempo fa ho partecipato a una conferenza sul ruolo dei difensori dei diritti umani e delle strategie necessarie a combattere i discorsi allarmisti, reazionari, e focalizzati solo sulla sicurezza. Ero una tra tanti attivisti, operatori di ONG, leader religiosi e persone in grado di influenzare il pubblico; da più di trenta paesi diversi siamo stati invitati a condividere, a parlare, a costruire solidarietà.

Alla conferenza, ho voluto leggere questa frase: “Ovunque domini la paura, la vera gioia svanisce e la forza di volontà dell’individuo si spegne. I giudizi si distorcono e la razionalità comincia a sfuggire”.

L’ho presa da un editoriale del New York Times, scritto dall’artista e intellettuale cinese Ai Weiwei, nel quale egli analizza come i sistemi di censura più efficaci siano quelli che incentivano l’auto censura e l’interiorizzazione della paura.

In quattro giorni di dibattiti, è stata l’unica menzione della Cina.

Purtroppo questa non è un’eccezione. Nonostante le reti a sostegno di gruppi “vulnerabili” o emarginati riescono ad avere un discreto successo collaborando con i circuiti internazionali, la maggior parte della società civile in Cina si è sviluppata al di fuori dei canali principali o di organizzazioni strutturate, comprese quelle prettamente asiatiche.

Le sfide per l’integrazione sono ancora molteplici; una legge entrata in vigore da gennaio, per la gestione delle organizzazioni non governative estere, prevede che gli uffici delle ONG internazionali siano registrati presso il Ministero della Sicurezza Pubblica, con una procedura che obbliga a dichiarare le fonti dei fondi e necessita l’approvazione delle attività del progetto.

Quando si parla di difensori dei diritti umani e dell’importanza di resuscitare i movimenti sociali, gli attivisti non cinesi devono prestare più attenzione a come includere le voci e le esperienze cinesi. La crescente volontà del governo cinese di ficcare il naso in questioni riguardanti i diritti umani, e nello stato di diritto, è una sfida non solo per la società civile cinese, ma per tutta la comunità mondiale per i diritti umani.

Uno degli argomenti più comuni proposti per accogliere con benevolenza il ruolo sempre più importante della Cina a livello internazionale è veritiero – la Cina ce la fa. Per esempio, nella lotta contro la povertà, la Cina ha fatto uscire dalla miseria tra 500 e 700 milioni di persone. Notevole.

Ma come l’esperto delle Nazioni Unite Philip Alston ha scritto in un recente documento sulla Cina, il motivo per cui non sappiamo il numero esatto è perché non ci sono dati precisi, trasparenti. E a prescindere da quante persone hanno visto un aumento del proprio stipendio, egli mette in guardia su come questo risultato sia stato raggiunto attraverso una forte e crescente disuguaglianza, la mancata partecipazione pubblica e l’incapacità di creare meccanismi di effettiva responsabilità sociale. Lo stesso Alston ha dichiarato di essere stato sorvegliato durante la sua missione.

Argomenti simili possono essere tirati in ballo quando si parla di cambiamento climatico, quando la Cina dà l’impressione di voler impegnarsi negli accordi di Parigi, proprio all’indomani del ritiro degli Stati Uniti, o nell’implementazione del programma per la pace delle Nazioni Unite, per la quale la Cina ha promesso un miliardo di dollari nel 2015. Ma le Nazioni Unite, e i suoi segretari generali, sono sempre stati chiari: il sistema delle Nazioni Unite si fonda su tre pilastri, non due. I diritti umani universali sono diventati il bersaglio dell’amministrazione di Xi Jinping, non solo nel paese, ma anche fuori dai suoi confini.

In Cina, negli ultimi due anni c’è stato un costante attacco ai diritti umani e a coloro che li difendono. A luglio 2015, circa 300 persone, tra avvocati, legali e attivisti, sono stati arrestati, molestati o interrogati dalle autorità statali. 30 di loro sono ancora in carcere. Dopo due anni, si è ancora lontani dall’avere giustizia.

È vero, alcuni di loro sono stati rilasciati, ma solo dopo confessioni in televisione. Anche dopo il rilascio, gli avvocati si trovano isolati e obbligati a sottostare a condizioni che condiziona pesantemente la loro possibilità di difendersi.

Le cause usate per l’arresto variano, da “fomentare dispute e provocare disordine” a “incitare alla sovversione dello stato”. Zhou Shifeng, capo di uno studio legale pubblico a Pechino, è stato condannato a sette anni di prigione – ma anche chi ha la pena sospesa, non è mai rilasciato senza condizioni.

Il mese scorso, l’avvocato Li Heping è stato processato in segreto. All’inizio del mese, in un’udienza annunciata con soli trenta minuti di preavviso, un secondo avvocato, Xie Yang, sospettato di aver subito torture, si è dichiarato colpevole di incitamento alla sovversione dello stato, molto probabilmente sotto coercizione.

L’incarcerazione di avvocati durante il “giro di vite 709” è solo uno degli episodi. Decine di influenti attivisti restano in carcere o in pericolo, inclusi giornalisti, buddhisti tibetani, sostenitori delle vittime di sfratto coatto, difensori dei diritti delle donne (come Su Changlan) o Liu Ping, attivista per la trasparenza.

È pressoché impossibile pensare a un numero maggiore di bandierine rosse per la comunità internazionale dei diritti umani.

Per quanto la situazione nel paese sia complicata, ci sono altre ragioni per cui la comunità internazionale dovrebbe fare più attenzione alla Cina. Un governo che zittisce gli oppositori e vuole mantenere il proprio potere ad ogni costo non è un governo che vogliamo prenda decisioni che condizionano il futuro ordine internazionale.
È sempre più evidente che l’influenza della Cina non si ferma nei suoi confini. Le multinazionali cinesi, private o statali, investono e operano a livello globale, spesso con effetti devastanti sull’ambiente, sulle condizioni di lavoro e sui sindacati, e sulle comunità sfollate a causa di progetti di grandi opere decise a porte chiuse. Secondo una ONG, la compagnia cinese di telecomunicazioni Baidu è all’ultimo posto nella classifica delle politiche e dell’impegno a garantire la libertà di espressione e la privacy dei propri utenti.

Agenti dei servizi segreti cinesi hanno fatto sparire attivisti in Myanmar e in Tailandia, e hanno fatto pressioni su Tailandia, Malesia, Turchia e altri paesi perché respingessero i richiedenti asilo politico, compresi difensori dei diritti umani e membri di minoranze etniche e religiose perseguitate. Non si sa più nulla di un dipendente di una ONG taiwanese, che è stato arrestato a marzo di quest’anno durante una gita in Cina.

Presso le Nazioni Unite, il governo cinese mette in dubbio regolarmente la legittimità degli esperti ONU, il mandato e le competenze dei membri degli organismi dell’ONU, e il ruolo dell’Alto Commissariato nell’affrontare direttamente situazioni specifiche per paese. La Cina e alcuni altri paesi come il Burundi, Cuba, l’Iran, la Russia e il Sudan sono ferventi guardiani di un Comitato che garantisce alle ONG il diritto di partecipare alle riunioni dell’ONU.

Mentre mette i bastoni tra le ruote al sistema attuale, il governo cinese sta perfezionando sempre di più la propria versione di diritti umani, con caratteristiche cinesi. Mandano a monte qualunque tipo di dialogo critico, etichettato come inconcludente, e liquidano la maggior parte delle voci della società civile indipendente come faziose e non oggettive. Propongono concetti chiaramente anestetizzanti, come una “comunità per un’umanità dal futuro condiviso”, i quali, di fatto, sono una vera e propria minaccia all’universalità dei diritti umani e alle fondamenta del sistema Nazioni Unite.

L’ONU non controbatte efficacemente, ad alcun livello. A gennaio 2017, in un discorso tenuto presso il quartier generale delle Nazioni Unite dell’ONU, il presidente cinese Xi Jinping ha fatto notare l’imminente ruolo da leader della Cina nel futuro scenario globale. Nessun funzionario ONU – né il presidente dell’Assemblea Generale, né il direttore dell’ufficio di Ginevra, e nemmeno il segretario generale – ha sollevato il minimo dubbio sui documenti riguardanti gli abusi in Cina.

Contrariamente alle abitudini (e principi) ONU, generalmente accettate, ai giornalisti indipendenti e alle ONG è stato proibito l’accesso all’evento e all’area. Più tardi, messi alle strette, i funzionari ONU hanno ammesso che questo è stato il prezzo che hanno accettato di pagare per la presenza di Xi Jinping, aggiungendo che non hanno avuto altra scelta.

È da tempo che gli attivisti sono in apprensione per le intimidazioni e le ritorsioni dalla Cina, e questo è uno dei motivi principale per cui non partecipano agli incontri ONU. Nel 2014, l’attivista Cao Shunli è morta in prigione, a seguito dei suoi tentativi di fornire dati per le indagini ONU sulla situazione diritti umani in Cina.

Il problema degli accessi negati continua. A inizio maggio, le Nazioni Unite a New York hanno espulso un attivista uiguro durante una conferenza sulle minoranze. Pare che il fatto sia avvenuto su pressione della Cina, che etichetta costantemente il gruppo dell’attivista come un “gruppo terrorista”, perché cerca di esporre le violazioni del diritto di libertà religiosa. Il “lungo braccio della Cina”, com’è stato definito, quando si tratta di imporsi a livello globale ormai non raccoglie solo più pagliuzze. Ora afferra saldamente le redini del potere, sia esso soft power o altro.

La comunità per la tutela dei diritti umani continua a discutere in diverse sedi, con una certa tendenza all’auto contemplazione, di spazi chiusi, di minacce ai difensori dei diritti, e del futuro dei diritti umani nel mondo. Se non garantiamo che queste discussioni prendano sul serio la Cina, e includano i punti di vista di chi meglio la conosce, compiamo un grave errore. Svolgiamo un disservizio, non solo alla comunità dei sostenitori dei diritti nel paese, ma anche ai principi e agli impegni contenuti negli stessi diritti umani, che tutti noi lottiamo per difendere.

L’editoriale di Ai Weiwei termina dicendo – riferendosi alla Cina, ma penso che sia pertinente anche ad altri luoghi dove ci sono persone che difendono i propri diritti – “per come stanno le cose oggi, una resistenza logica può basarsi solamente sulle piccole azioni di singoli individui”.

Se la comunità internazionale per i diritti umani, coesa come movimento, può costruire e supportare le “piccole azioni” di anche solo una minima parte della popolazione cinese, potrà vedere un enorme cambiamento nelle loro vite e nelle nostre.

Sarah M. Brooks lavora per International Service for Human Rights, da dove dirige il loro lavoro di sensibilizzazione in Asia. Da oltre dieci anni lavora in Asia e sull’Asia, presso governi, università e organizzazioni non governative. Sarah ha vinto il premio Fullbright per la ricerca nel 2007-2008 e si è laureata in Politiche Pubbliche nel 2011 all’Università del Michigan.

The Diplomat, 22 maggio 2017

Traduzione Andrea Sinnove, LRF Italia Onlus

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