La Cina si compra il suo Panama

Pechino punta su Bogotà per spostare a suo favore gli equilibri commerciali delle Americhe. La Cina è in trattative per costruire una rete ferroviaria in grado di collegare la costa atlantica a quella pacifica della Colombia e rimettere in discussione così lo strapotere del canale di Panama. Il «dry canal», o «corridoio a rotaia» è un’ulteriore prova dell’aggressiva politica di penetrazione con cui, ad Est come ad Ovest, Pechino vuole imporre la propria egemonia commerciale. Ne è parte integrante ad esempio, il progetto di ricavare nell’Istmo di Kra, in Thailandia, un nuovo sbocco tra Oceano Indiano e Pacifico. «E’ una proposta reale e la trattativa è in fase avanzata – spiega al Financial Times il presidente colombiano Manuel Santos – Gli studi si basano principalmente sui costi per tonnellata del trasporto delle merci, e sino ad ora l’investimento appare conveniente». Il «dry canal» (canale asciutto) si estenderà per 220 chilometri unendo la costa del Pacifico a una nuova cittadina nei pressi di Cartagena, dove le merci cinesi verranno riassemblate e faranno rotta verso le diverse destinazioni del continente americano. Le materie prime colombiane invece seguiranno la direzione opposta verso la Cina. «Non voglio creare attese esagerate ma il progetto ha un significato importante – prosegue Santos -. La Cina del resto è il nuovo motore dell’economia globale». La Colombia auspica da tempo la creazione di una via di comunicazione alternativa al canale che si estende per 81,1 km sull’istmo di Panama. Sebbene Bogotà sia il principale alleato degli Stati Uniti in America Latina, dove ora svolge il ruolo di bastione contro le derive socialiste del vicino Venezuela, negli ultimi tempi ha lamentato lo stallo del trattato di libero scambio a Washington. L’accordo è stato infatti siglato da entrambi i governi quattro anni fa ma ancora deve essere ratificato dal Congresso Usa. Il progetto del corridoio a rotaia è usato come leva sull’alleato americano, anche se il nuovo asse con Pechino è un dato di fatto visto che negli ultimi anni le relazioni commerciali tra Cina e Colombia si sono più che rafforzate. Il valore complessivo degli scambi è cresciuto dai 10 milioni di dollari del 1998 ai 5 miliardi del 2010, e il Paese del Dragone è divenuto il secondo partner commerciale della nazione latino-americana, alle spalle degli Usa. Il «dry canal» del resto è solo il progetto di punta di un vasto programma con il quale la Cina è pronta a finanziarie il rafforzamento della rete infrastrutturale e dei trasporti col partner latino-americano. Tra gli altri ad esempio c’è la realizzazione una nuova rete ferroviaria di 791 km e l’ampliamento del porto di Bonaventura sul Pacifico. Si tratta di progetti del valore di 7,6 miliardi di dollari che saranno finanziati dalla Chinese Development Bank e gestiti dalla China Railway Group. In cambio Pechino punta a mettere una seria ipoteca sui giacimenti di carbone di cui la Colombia è il quinto produttore mondiale, ma che sino ad oggi veniva esportato passando attraverso i porti dell’Atlantico. Alcuni dubitano della reale competitività del «Dry canal», specie alla luce del progetto da 5,25 miliardi di dollari per l’ampliamento del canale di Panama, che sarà completato in occasione del centenario nel 2014. Tuttavia il «corridoio a rotaia» conferma le ambizioni di Pechino nei confronti delle economie in via di sviluppo alle quali negli ultimi due anni le banche cinesi hanno concesso prestiti superiori a quelli erogati dalla Banca mondiale. La conferma giunge da «Monsoon: L’Oceano Indiano e il futuro del potere americano », un recente libro dello scrittore e giornalista Robert Kaplan. Nel capitolo sulla « Strategia cinese dei due Oceani », Kaplan racconta di un monumentale progetto da 20 miliardi di dollari con il quale i cinesi vogliono scavare l’istmo di Kra nella Thailandia meridionale per creare una via navigabile «rivale al canale di Panama» (Pechino ha reso pubbliche tali sue intenzioni nel 2005: aveva parlato di dieci anni di lavori con l’impiego di 30 mila operai). In questo modo i mercantili eviterebbero di attraversare lo stretto di Malacca, tra Malesia e Indonesia, un tratto di mare pericoloso e infestato dai pirati, consentendo al Paese del Dragone – risparmiando giorni di navigazione per le sue merci sulla rotta Est/ Ovest di diventare la potenza marittima dei due oceani, e di rafforzare la sua influenza anche nel Sud-Est asiatico.

Francesco Semprini

Fonte: La Stampa, 16 febbraio 2011

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