La Cina rifiuta critiche sui diritti umani, ma accetta i consigli di Cuba e Iran

Ginevra, Svizzera – La Cina respinge quasi tutte le critiche avanzate avanti alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sul rispetto dei diritti umani, ma non censura i consigli di Cuba e Iran per un maggior controllo sui dissidenti. I gruppi che lottano per questi diritti sono comunque soddisfatti che si sia potuto parlare, per la prima volta, delle gravi violazioni del governo cinese.

Il rapporto finale, scritto ieri da India, Canada e Nigeria, si limita a invitare la Cina a continuare l’impegno per la promozione e la protezione dei diritti umani e la incoraggia a proseguire nello sviluppo economico e ad assumere un ruolo internazionale sempre più attivo.

Germania, Gran Bretagna e Messico hanno chiesto a Pechino di consentire la libertà religiosa; abolire i campi di rieducazione-tramite-lavoro; cessare le torture fisiche e psichiche contro detenuti; abolire le prigioni “fantasma” contro i dissidenti e le persecuzioni contro chi difende i diritti umani; rispettare le minoranze come i tibetani e gli uighuri dello Xinjiang; consentire la libertà d’espressione ed eliminare la censura.

Pechino ha soltanto risposto che queste accuse non sono vere, o che sono poste in modo politicizzato, senza nemmeno curarsi dei numerosi episodi specifici citati. E si è invece detta d’accordo con i Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo o con regimi autoritari come il Sudan e lo Sri Lanka, che l’hanno invitata ad aumentare lo sviluppo economico, a creare più posti di lavoro nelle campagne e a meglio integrare i disabili.

La Cina ha accettato l’invito a riconsiderare i casi da punire con la pena di morte, pur chiarendo che “nella presente situazione” non intende rinunciarvi.

La relazione finale, più che le critiche alla Cina, riporta la proposta di Cuba di colpire i “sedicenti” difensori dei diritti umani che “colpiscono gli interessi dello Stato e della popolazione cinese”, o il biasimo del Pakistan contro gli “elementi disturbatori” scesi in piazza contro la Cina durante le proteste in Tibet nel marzo 2008, che Pechino ha represso con la violenza e gli arresti. O, ancora, l’invito dell’Iran di aumentare la censura su internet contro chi “offende la religione”.

Ma esperti osservano che è la prima volta che la Commissione Onu riesce almeno a parlare delle violazioni dei diritti in Cina. In precedenza, dal 1989, Pechino era sempre riuscita a prevenire che il suo operato per piazza Tiananmen o altri abusi fosse oggetto di discussione.

fonte: AsiaNews, 13 febbraio 2009

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