La Cina riduce il numero dei delitti capitali

Cina: ridotto il numero dei reati capitali, annuncia la newsletter di Nessuno tocchi Caino. Ed è una bella notizia, almeno per chi è contro la pena di morte. E anche un segno di quell’impegno, in realtà assai intermittente, che la Cina da qualche tempo ha preso per tutelare maggiormente i diritti civili di fronte alle crescenti pressioni internazionali.
Il dettaglio, tuttavia, fa capire che la strada in questo senso è ancora lunga. Il nuovo codice penale cinese, infatti, riduce di 13 il numero di reati punibili con la pena di morte, portandoli in totale al numero non piccolo di 55. Si tratta comunque di un segnale importante: è la prima volta dall’entrata in vigore del codice penale, nel 1979, che diminuisce il numero dei reati punibili con la morte.
I 13 reati per cui non si pagherà più con la vita sono di natura economica e non violenta e comprendono il traffico di reperti culturali, oro, argento e altri metalli preziosi o animali rari e loro prodotti; attività fraudolente attraverso documenti finanziari; attività fraudolente con lettere di credito; emissione di fatture false per ottenere rimborsi sulle imposte di esportazione o eludere le imposte sui compensi; falsificazione di fatture o vendita di fatture false; insegnamento di metodi per commettere attività illegali; furto di reperti antichi.
Reati che, da noi, spesso non costano nemmeno il carcere, peraltro, ma che nella Cina piagata dalla corruzione, sono considerati assai gravi anche se spesso tollerati quando passano per i canali del partito.
La bozza di emendamento era stata sottoposta al Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo, più alto organo legislativo cinese, a partire dallo scorso agosto. L’emendamento viene considerato dagli osservatori un ulteriore passo della Cina verso la limitazione nell’uso della pena di morte, dopo la decisione del 2007 di restituire alla Corte Suprema il diritto esclusivo di ratifica delle condanne capitali. L’emendamento stabilisce che la condanna a morte non possa essere imposta a persone che al momento del processo abbiano 75 anni ed oltre, fatta eccezione per i casi di omicidi commessi con eccezionale crudeltà. In precedenza, solo minori di 18 anni al momento del crimine e donne incinte al momento del processo erano non-condannabili a morte. Nelle intenzioni delle autorità cinesi l’emendamento, l’ottavo al Codice Penale del 1997, riafferma ulteriormente il principio della giustizia temperata dalla clemenza. In base a dati ufficiali, dal 2007 la Corte Suprema del Popolo ha annullato il 10% delle condanne a morte emesse nel Paese.
Lang Sheng, capo del comitato legislativo del Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo, ha dichiarato ai giornalisti, nel corso di un briefing a Pechino, che l’eliminazione della pena capitale nei confronti di persone anziane è stata fatta per dimostrare « spirito di umanità ». Non appare chiaro tuttavia quante siano le persone con più di 75 anni giustiziate ogni anno nel Paese. Gli altri cambiamenti – osserva Joshua Rosenzweig, ricercatore del gruppo per i diritti umani Dui Hua Foundation, con base negli Stati Uniti – non ridurranno il numero dei giustiziati dal momento che riguardano reati che raramente comportano la condanna capitale degli imputati.
La pena di morte continuerà ad essere utilizzata in Cina per punire reati economici come la corruzione. A questo proposito Rosenzweig ha spiegato che « Il grande ostacolo è costituito dalla corruzione, dal momento che è ancora forte nella popolazione cinese il principio secondo cui un funzionario corrotto debba morire. Il disgusto per questo reato è così forte che l’eliminazione della pena di morte nel caso di corruzione avrebbe un costo dal punto di vista politico ». Lang sottolinea che la riforma riduce di circa 1/5 i reati puniti con la pena di morte e che il governo prenderà in considerazione in futuro ulteriori cambiamenti. «Naturalmente ci sono dei crimini per i quali resta la pena di morte », ha aggiunto. « Per questi, dobbiamo proseguire gli studi nel rispetto delle esigenze del nostro sviluppo economico e sociale, della necessità di conservare l’ordine pubblico e della volontà del popolo”.

Carla Reschia

Fonte: La Stampa.it, 28 febbraio 2011

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