La Cina apre agli Stati Uniti sulle sanzioni all’Iran

Per la Cina che non ama fare dichiarazioni aperte, ma preferisce lanciare segnali, mettere sul tavolo fatti, il fatto che è un segnale è stata la convocazione a Pechino dell’ambasciatore iraniano Saeed Jalili, responsabile per le negoziazioni nucleari.

Se pure sono mancate conferme esplicite l’aria qui è che la Cina riuscirà in qualche modo a obbligare Teheran a un brusco voltafaccia sul suo programma nucleare o viceversa si schiererà con l’America nell’applicare sanzioni contro l’Iran.

Il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi detto ieri a Jalili prima dell’incontro a porte chiuse: “La sua visita questa volta è molto importante. Diamo grande importanza alle relazioni tra Cina e Iran”.

Nell’alfabeto misuratissimo della diplomazia cinese il peso di queste parole in pubblico segnano la drammaticità del momento e suonano come un avvertimento.

Jalili all’arrivo all’aeroporto aveva dichiarato ai giornalisti che “la relazione tra Iran è Cina è molto importante ed è importante che i nostri due paesi cooperino su tutte le questioni.”

Nelle stesse ore il portavoce del governo cinese Qin Gang nella conferenza stampa settimanale non ha confermato o smentito che Pechino sia disposta a considerare le sanzioni contro l’Iran, e ha affermato solo di essere “preoccupato per la situazione attuale”.

“Rafforzeremo la comunicazione con le alter parti e impegneremo tutte le parti a promuovere una soluzione appropriate attraverso canali diplomatici,” ha aggiunto.

La Cina, con potere di veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu finora si era detta restia ad applicare sanzioni contro l’Iran, che l’anno scorso ha fornito ben l’11 per cento del suo fabbisogno di energia, in gas e petrolio.

Nei giorni scorsi l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Susan Rice aveva detto che “La Cina è d’accordo a sedersi e cominciare serie negoziazioni qui a New York come primo passo per avere l’accordo di tutto il Consiglio di sicurezza per un regime di sanzioni dure contro l’Iran”.

Qin ieri ha detto che ogni paese, e quindi anche l’Iran dovrebbe essere soggetto alle ispezioni dell’ente atomico dell’energia, Aiea. Pechino è favorevole all’uso pacifico dell’energia atomica in Iran, ma è contrario al suo uso militare.

Il viaggio di Jeleli però non sarà certo risolutivo, visto che l’ambasciatore iraniano non ha certo i poteri per fare concessioni a Pechino o ad altri. Sarà importante però per il messaggio che porterà a casa, che oggi appare molto duro verso la corsa al nucleare iraniano. Ciò non significa che la Cina non cercherà comunque di tutelare il suo rapporto politico con Teheran e i miliardi di interscambio economico.

Un elemento importante per questo cambiamento di atteggiamento è il viaggio in America del presidente cinese Hu Jintao, il quale dovrà partecipare a un vertice sul disarmo nucleare.

Proprio ieri, in coincidenza con l’arrivo di Jelili, è stata confermata la sua partenza per gli Stati uniti, dove dovrebbe arrivare verso metà aprile. Gli Usa vorrebbero arrivare a una dichiarazione di sanzioni Onu contro l’Iran entro la fine di aprile

La coincidenza dell’annuncio pubblico del viaggio di Hu e dell’arrivo di Jelili indica una forte volontà di Pechino di piegare l’Iran. La Cina non vorrà presentarsi a un vertice sul disarmo nucleare come invece il paese che appoggia la corsa al nucleare dell’Iran.

Inoltre l’Iran è solo uno degli elementi della grande partita in gioco tra Cina e Usa. Dopo gli scivoloni del vertice dell’ambiente di Copenhagen a dicembre, il sofferto compromesso dopo la polemica su Google dei giorni scorsi, Pechino e Washington si stanno affannando per rimettere sui binari il rapporto bilaterale, e l’Iran è un mossa importante in questo quadro.

Francesco Sisci

Fonte: La Stampa, 2 aprile 2010

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