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La Cina punta a università e moda italiana: moltiplicati gli investimenti nel nostro Paese

Roma – La lunga marcia del capitalismo rosso ha segnato una tappa importante nel 2016. Gli investimenti in Europa da parte della Cina hanno infatti toccato la cifra stellare di 35 miliardi di euro, secondo i dati degli istituti di ricerca Rhodium Group e Mercator Institute for China Studies. Un balzo del 76% sull’anno precedente. Mentre le acquisizioni europee nel Paese del Dragone scendevano a 7,7 miliardi di euro. Qualcuno si è subito impensierito dello sbilanciamento.

A febbraio i ministri dell’Economia e dell’Industria di Germania, Francia e Italia hanno scritto una lettera alla Commissione europea, preoccupati dell’acquisto massiccio di industrie tecnologiche nazionali da parte di soggetti non europei e della mancanza di reciprocità. In sostanza, i ministri chiedevano di rivedere le regole per gli investimenti stranieri nell’Unione, in modo da poter porre delle condizioni, specie a fronte di Paesi che limitano a loro volta l’accesso degli investitori europei. Ogni riferimento alla Cina era ovviamente voluto. A guidare la levata di scudi è stata la Germania, che, nel 2016, si è ritrovata al centro dell’espansionismo economico-finanziario di Pechino. Ma anche il nostro Paese è visto con attenzione crescente dagli investitori cinesi.

«La Cina guarda sempre più all’estero e il trend è stato tale che nel 2015 ha addirittura investito nel mondo più di quanto abbia ricevuto», commenta Alberto Rossi, analista del CeSIF, Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia-Cina. «In particolare è aumentato l’interesse verso l’Europa e, a partire dal 2012, anche verso l’Italia, con una crescita degli investimenti, da noi, del 30% annuo». Certo, soprattutto dal 2014 in avanti ci sono state alcune acquisizioni e partecipazioni importanti, che hanno fatto saltare le comparazioni statistiche con la loro mole, come quella di Pirelli da parte di ChinaChem, per oltre 7 miliardi di euro.

Per cui oggi l’Italia figura addirittura come il terzo Paese europeo per investimenti cinesi complessivi, negli ultimi 16 anni, dopo Gran Bretagna e Germania. Ma non c’è solo il caso macroscopico della Pirelli. Negli ultimi tempi ci sono state anche Ansaldo Energia, società industriale genovese partecipata per il 40 per cento da Shanghai Electric. O Krizia, storico marchio del made in Italy, acquistata dalla società di moda Shenzhen.

E poi ancora, solo nel 2016, la modenese Oli Spa, leader nei motori a vibrazione (le cui applicazioni vanno dalle macchine contasoldi alle poltrone da massaggio) acquisita da Wolong. O l’acquisizione della LFoundry, storica azienda abruzzese dell’elettronica, da parte del colosso dei semiconduttori di Shanghai Smic. Per concludere con l’interesse del Dragone verso il calcio, testimoniato dall’acquisizione di MP & Silva, società titolare dei diritti della Serie A e di altri sport all’estero. E dai casi di Inter e Milan.

Il club nerazzurro è passato mesi fa sotto il controllo del gruppo Suning mentre l’acquisizione del Milan da parte del consorzio Sino Europe Sport è in ballo (e in forse) proprio in questi giorni. Andando però oltre i casi più eclatanti e guardando i dati emerge nettamente, negli ultimi anni, un interesse di fondo degli investitori per l’economia e il tessuto produttivo italiano. Con tutti i dubbi su quali siano i modi migliori per gestirlo. Sono infatti 162 i gruppi con sede a Pechino che investono in società italiane.

E sono 435 le imprese tricolori partecipate da soci cinesi (incluso Hong Kong), per un giro d’affari di 14,5 miliardi di euro. E per un bacino di 26 mila posti di lavoro. Una fetta importante di questa realtà è concentrata in Lombardia che conquista il trofeo di Regione italiana più amata dai cinesi. «Il 45 per cento degli investimenti vanno lì, anche in ragione della sua internazionalizzazione», spiega ancora Rossi.

Le imprese lombarde partecipate da Cina e Hong Kong sono oggi 195 per oltre 10 mila occupati, secondo i dati del CeSIF- Reprint- PoliMi. Del resto, proprio in Lombardia, in provincia di Monza, a dicembre è stato inaugurato il nuovo centro all’ingrosso cinese di Agrate Brianza, un colosso di 50 mila metri quadrati, 400 negozi, 600 posti auto, già ribattezzato il più grande mercato d’Europa di prodotti orientali. «C’è un interesse su Milano e sul suo dinamismo, dai settori produttivi alle università.

E crescerà ancora di più se la città dovesse diventare anche sede dell’Agenzia europea del farmaco», commenta Andrea Goldstein, autore del libro «Capitalismo rosso. Gli investimenti cinesi in Italia» e managing director della società di consulenza Nomisma. «Finora gran parte degli investimenti non sono stati fatti per prendere fabbriche e conoscenze e portarle in Cina», sostiene Goldstein. «Ma certo c’è una lotta fra Paesi su dove mantenere i centri decisionali e i quartier generali delle imprese».

Fino a questo momento il capitalismo rosso ha puntato molto su energia, auto e agricoltura. In Italia anche in macchinari, macchine agricole, impiantistica. In futuro, secondo Goldstein, scommetterà su meccanica strumentale, moda e agroalimentare. Ma anche sulle industrie creative e l’intrattenimento, secondo Francesca Spigarelli, direttrice del China Center dell’Università di Macerata, che però mette in guardia dai problemi legati al processo di integrazione successivo alle acquisizioni di aziende italiane. Come avvenuto nel caso della Benelli, la casa motociclista pesarese passata a un colosso cinese già nel 2005 e che non ha avuto da allora molta fortuna. Insomma, bisognerebbe guardare al medio termine. Nel lungo, se non saremo tutti morti, come diceva Keynes, potremmo essere comunque un po’ più cinesi.

Il Secolo XIX, 6 marzo 2017