La Cina pronta a liberare gli operai rapiti in Sudan

Il governo cinese “eserciterà ogni pressione possibile” sul Sudan meridionale per assicurare il rilascio dei 29 operai connazionali rapiti lo scorso 29 gennaio. Pechino ha inviato nel Paese un team di funzionari, che intende ottenere l’appoggio degli Stati confinanti per il ritorno a casa degli operai. Nel frattempo, però, i media nazionali definiscono questi episodi “sporadici”, nonostante sia già il terzo rapimento di cinesi in Sudan dal 2004. Secondo la Xinhua, agenzia di stampa del governo, “i 29 dipendenti della Sinohydro Corporation sono stati rapiti al confine con il Kordofan meridionale. Il Movimento di liberazione popolare sudanese è il responsabile dell’attacco: gli operai colpiti erano in origine 47, ma 18 di questi (nella foto) sono riusciti a fuggire. Uno di loro, però, è stato ferito da colpi di arma da fuoco e risulta scomparso: ci sono poche speranze che sia ancora vivo”. Il governo cinese affronta un’enorme pressione interna per la liberazione degli operai. Il governativo China Daily ha accusato (in maniera velata) le inadempienze dell’esecutivo: “Una nazione con dei forti muscoli economici dovrebbe avere la capacità di proteggere i propri cittadini e interessi, non importa dove si trovino”. Pechino vuole mantenere buoni rapporti con il Sudan meridionale, da poco indipendente e ricco di petrolio. La China National Petroleum e la Sinopec, giganti energetici cinesi, hanno diversi investimenti nell’area: il 5 % dell’intera importazione di petrolio viene proprio da qui, circa 12,99 milioni di barili in un anno. Nonostante questi investimenti, però, i locali guardano con sospetto la presenza cinese, che favorisce dittature anti-democratiche, distrugge il mercato locale, si impossessa delle materie prime. Tra aiuti a basso costo, investimenti massicci e programmi di cooperazione, la Cina cerca ora di ripulire la propria immagine di sfruttatrice dell’Africa. Tuttavia, i lunghi anni di rapace politica economica nel Continente Nero sono ancora ben presenti nelle popolazioni e nei governi locali.

Fonte: Asia News, 5 febbraio 2012

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