La Cina promette: “Punteremo di più sulla domanda interna”

Tre punti per la strategia di politica economica cinese. Li ha enunciati a Shanghai, nella conferenza stampa al termine della riunione del meeting organizzato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca di Cina, Yi Gang, numero due della stessa banca. ”Il primo punto è che la Cina rafforzerà la politica di aumentare la domanda interna. Abbiamo sul campo – ha detto Gang – misure concrete per farlo in termini di consumi anche nelle zone rurali, network di sicurezza sociale, miglioramento delle condizioni nelle zone rurali con infrastrutture, salute e sicurezza. L’interesse è di mutare la nostra economia puntando maggiormente sulla domanda interna”. Il secondo punto – ha spiegato Gang – ”è che continueremo la modifica del tasso di cambio in maniera graduale. Mantenendo la stabilità dell’economia il tasso di cambio dello yuan sarà stabile e vicino all’equilibro del mercato. Il terzo punto è l’aggiustamento per il disequilibro globale. Questa deve essere la cornice per le proposte dei leader del G20: una forte e sostenibile crescita bilanciata”. In termini di forza – ha proseguito – ”dobbiamo continuare la politica intrapresa, per essere sicuri che l’economia crescerà, che la ripresa sia sostenibile. Dobbiamo  risolvere il problema dei deficit dei budget ed essere sicuri che i problemi di budget dei vari paesi siano sostenibili. Quanto agli squilibri commerciali, tutti i paesi devono contribuire all’aggiustamento, sia coloro che hanno un surplus che coloro che hanno deficit. Tutti devono condividere politiche di aggiustamento, per raggiungere l’obiettivo di una forte, sostenibile e bilanciata crescita”. John Lipsky, vice direttore generale del Fmi, si è detto d’accordo con Gang, sottolineando come il Fondo abbia gradito l’annuncio dello scorso giugno da parte della Cina di una maggiore flessibilità del cambio dello Yuan. La conferenza, dal titolo ”Politiche macro-prudenziaLi: prospettive asiatiche”, è stata organizzata in un albergo di Pudong, la zona finanziaria di Shanghai. Alla conferenza hanno partecipato anche esperti mondiali e governatori di alcune banche centrali, ma non sono stati resi noti i loro nomi. Assai più preoccupato si è mostrato il direttore generale del Fondo: ”La ripresa globale è in pericolo”. Dominique Strauss-Kahn non ha parlato esplicitamente di guerra di valute, ma quello lanciato al termine del vertice è nello stesso tempo un allarme e un appello alla cooperazione. ”In questo momento c’è il rischio che quel coro che ha combattuto unito contro la crisi si dissolva in una cacofonia di voci discordanti, man mano che ogni nazione prende una strada diversa”, ha aggiunto; ”tutto ciò non farà che peggiorare le condizioni di ognuno”. Da Shanghai non sono emersi accordi sostanziali simili a quelli del Plaza che negli anni ’80 decisero un apprezzamento controllato dello yen giapponese. Al centro di tutto, stavolta, c’é la Cina, che viene da più parti accusata di mantenere artificialmente basso il valore dello yuan per garantirsi un vantaggio sleale nelle esportazioni: dopo un ancoraggio di quasi due anni al dollaro, lanciato per difendersi dalla crisi, nel giugno scorso Pechino ha acconsentito a una leggera fluttuazione, che ha però condotto a una modesta rivalutazione attorno al 2.5%. Decisamente troppo poco per chi nell’export subisce dal Dragone una concorrenza sempre più pervasiva: il Giappone è intervenuto sul proprio tasso di cambio per la prima volta in sei anni e successivamente, come tasselli di un domino, sono state adottate misure dirette o indirette da Corea del Sud, Singapore, Taiwan, India, Brasile e Svizzera. La Camera dei Rappresentanti USA ha approvato una norma che, se perfezionata, potrebbe potenzialmente condurre all’applicazione di tariffe sulle esportazioni dalla Cina, mentre il presidente di Bundesbank Axel Weber aveva dichiarato che in un eventuale conflitto monetario la Cina avrebbe ”enormi responsabilita”’. La posizione ufficiale tenuta da Pechino è che un apprezzamento repentino avrebbe ripercussioni enormi sulla Cina, causando la chiusura di fabbriche e un aumento della disoccupazione i cui effetti si farebbero sentire anche sulla ripresa mondiale. Uno yuan forte, inoltre, provocherebbe un immenso afflusso di capitali speculativi dall’estero.  Anche dalle parole di Yi Gang, come si vede, non emerge un cambio di linra per quello che riguarda lo yuan. Al termine del vertice Dominique Strauss Kahn ha sottolineato ancora la necessità di imporre nuove regole al sistema finanziario: ”Servono meccanismi coerenti che impediscano di scaricare sui contribuenti la responsabilità dei fallimenti della grandi compagnie. Non dobbiamo avere paura di dire no ai grandi interessi e di trovarci di fronte a società troppo grandi o troppo importanti per fallire. Non è un caso che questo vertice si sia tenuto in Asia, in quanto l’Asia è il motore di questa ripresa. Gli enormi capitali che stanno affluendo in Asia sono una grande opportunità perché indirizzati correttamente possono portare investimenti, crescita e miglioramenti degli standard di vita. Ma possono condurre anche a boom del credito, bolle speculative e instabilità finanziarie. Per queste ragioni sono necessarie nuove politiche macro-prudenziali”. Adesso  i riflettori si spostano verso Seul, dove a novembre si terrà il vertice del G20.

Fonte: La Repubblica, 19 ottobre 2010

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