La Cina piange i bimbi morti nel cassonetto, ma arresta chi dice la verità

Mentre la società civile cinese piange per la morte dei 5 bambini avvelenati in un cassonetto dall’ossido di carbonio, le autorità di pubblica sicurezza arrestano il giornalista che ha denunciato la storia. Nonostante i media e i funzionari pubblici di Bijie (nella provincia sud-occidentale del Guizhou) abbiano ammesso “grandi colpe” nella gestione del caso, la polizia ha portato via il dissidente Li Yuanlong, ex giornalista e dissidente che ha riportato i particolari della tragedia. Lo scorso 15 novembre, un netturbino ha ritrovato in un cassonetto 5 cadaveri di bambini fra i 9 e i 13 anni. Sono morti poche ore dopo il discorso di insediamento del nuovo leader comunista Xi Jinping, che assumendo il comando del Partito e della nazione ha detto: “Il nostro popolo ha un ardente amore per la vita. Esso vuole che i propri figli abbiano una crescita sana, un buon lavoro e una vita migliore”. L’autopsia ha rivelato che sono morti per avvelenamento da ossido di carbonio, emesso dal fuoco che avevano acceso nella notte per riscaldarsi dalla temperatura esterna, intorno ai 4 gradi Celsius. I cinque sono stati identificati solo due giorni dopo: si tratta di Zhongjin, Zhonghong, Zhonglin, Chong e Bo Tao e sono tutti fratelli e cugini fra loro. Sono infatti figli di 3 fratelli, di cui 2 sono lavoratori migranti che hanno trovato un impiego molto lontano da casa, affidati alle cure della nonna non vedente. Il luogo della tragedia è a 25 chilometri di distanza dal villaggio natale di Caqiangyan: secondo la famiglia, la loro scomparsa era stata denunciata il 5 novembre, ma le autorità non hanno compiuto ricerche efficaci per il ritrovamento. Secondo Li Fangping, avvocato di Pechino, il fallimento delle autorità è “terrificante”. Il governo locale ha licenziato 6 funzionari pubblici per “negligenza”, ma non ha toccato il sindaco o il capo del Partito comunista locale. Un portavoce del governo di Bijie ha dichiarato: “Abbiamo fallito nel nostro impegno di gestione locale. Il nostro lavoro non è stato abbastanza accurato”. Persino i media nazionali – che in un modo o nell’altro fanno capo al Partito comunista – hanno attaccato i dirigenti locali. Il Beijing Youth Daily definisce la tragedia “una vergogna che non può essere lavata via, in una società civile”, mentre l’agenzia Xinhua punta il dito contro il sistema educativo nazionale, talmente competitivo da “scartare senza appello” i ragazzi meno dotati: “Per favore – scrive in un editoriale – non dimenticate la missione dell’educazione obbligatoria. Per favore, diffondente amore e responsabilità. Questa è una tragedia che riguarda i bambini lasciati indietro, un segno dei tempi che richiede un’analisi dalla famiglia, dalla società e dal governo”. Nonostante questi appelli, secondo il China Digital Times le autorità hanno ordinato ai media di “tenere bassa” la notizia e non inviare reporter sul luogo del ritrovamento dei cadaveri. In ogni caso, come spiega un articolo del South China Morning Post, “ci sono circa 58 milioni di bambini che, in tutta la Cina, vivono come loro: abbandonati dai genitori, lontani da casa per lavorare. È una tragedia che continua in nome della crescita economica”.

Fonte: Asia News, 22 novembre 2012

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