La Cina “ordina”al mondo di non andare a Oslo per il Nobel a Xiabo

Avrete sicuramente letto in questi giorni quanto forte e aspra sia stata la reazione della Cina all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al dissidente Liu Xiabo. Se pure era prevedibile una prima reazione negativa – diciamo “d’ufficio” – del governo cinese, ha creato qualche difficoltà d’analisi l’insistenza e la durezza con le quali Pechino ancora marca strettamente l’assegnazione del Nobel: non soltanto Xiaobo (in carcere con una condanna a 11 anni per attentato allo Stato: per dissidenza, in parole più comprensibili)  non potrà andare a ritirare il Premio, non soltanto è stata posta agli arresti domiciliari la moglie di Xiabo per impedirle di recarsi a Oslo a ritirare il Premio, ma il governo di Pechino ha minacciato ritorsioni feroci contro la Norvegia e contro tutti i paesi che si presenteranno alla cerimonia per la consegna della onorificenza. Dopo questa minaccia, hanno declinato l’invito a partecipare la Russia, Cuba, il Kazakhstan, il Marocco e l’Iraq. E’ naturale che si condanni fermamente l’aggressione cinese contro i diritti umani (Pechino però valuta – quasi ufficialmente –  che il conferimenro del Premio a Xiaobo sia una manovra politica degli Stati Uniti); il problema è di andare oltre, cioè di tentare una spiegazione di questo comportamento. Alcuni analisti sostengono che la scelta di Pechino sia rivolta verso l’interno, cioè verso la stessa società cinese, per lanciare un messaggio di conferma della forza del regime e del partito. Altri analisti sostengono invece che questa scelta di arroccamento sia un messaggio lanciato verso l’esterno, cioè verso il mondo, per rendere palese che Pechino si sente tanto forte oggi da potersi non curare dell’opinione pubblica internazionale. Quale che sia la ragione della decisione della Cina, quali gli elementi tattici e quali le strategie che si vogliono disegnare, resta comunque il dovere di chiedere ai governi occidentali non soltanto di essere presenti a Oslo il 10 dicembre (se la cerimonia  verrà confermata) ma anche di manifestare apertamente indignazione e condanna per la violazione dei diritti fondamentali.

Fonte: La Stampa.it, 22 novembre 2010

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