La Cina ora ammette: da noi “villaggi cancro”

Di numeri, per carità di patria, il signor ministro dell’Ambiente non ne ha fatti. Ma sentirgli riconoscere che in Cina ci sono effettivamente dei «villaggi del cancro», ovvero luoghi abitati da uomini e donne dove beccarsi un cancro non è un’eccezione, ma la norma: beh, l’ammissione ha fatto un certo effetto anche al di là della Grande Muraglia, dove la gente, per così dire, ci ha già fatto il cancro, all’idea di rimediare un tumore.
Non è che a Pechino e dintorni non si sapesse, o che la stampa non ne avesse parlato (senza fare gran strepito, naturalmente; perché lo strepito, l’ironia, o peggio la polemica, dioguardi, confligge atrocemente col tono pacato, meglio se circospetto ed educato, con cui il Partito Comunista accetta rilievi e critiche). La gente lo sapeva. Ma leggere, nel piano quinquennale 2011-2015, che «materie chimiche tossiche e nocive hanno provocato numerose situazioni di emergenza idrica e atmosferica e alcune zone contano anche dei ?villaggi del cancro?»: una cosa così, detta ufficialmente, non si era mai letta né sentita. Eccola, dunque, la vera ?sindrome cinese?, quella che dovrebbe spaventarci ancor più di quell’altra, data dalla fusione (ma è un’iperbole) di un nocciolo atomico che fonde penetrando nel terreno fino a sbucare agli antipodi, cioè in Cina. Come nell’omonimo film del 1979 con Jane Fonda e Jack Lemmon.
Lo spaventoso inquinamento che si registra in alcune regioni della Cina è l’effetto della terrificante, selvaggia industrializzazione del Paese negli ultimi tre decenni. Ma è anche uno degli effetti perversi di un comunismo primitivo: quello che dà al popolo, alle sue necessità, ai suoi bisogni -primo fra tutti la salute- il valore che il compagno Stalin, e il compagno Mao, e l’arcicompagno Pol Pot hanno sempre dato: zero spaccato.
Sicchè eccoci oggi all’ammissione del ministro dell’Ambiente, il quale riconosce implicitamente che così non si va avanti, o meglio: magari si va avanti, ma se questi sono i costi, non si capisce chi dovrebbe giovarsi di questo sedicente «progresso» scientifico e tecnologico, vista la moria di viventi.
L’espressione «villaggi del cancro» aveva preso a circolare sulla stampa, sommessamente, dopo che un giornalista, nel 2009, aveva pubblicato una mappa in cui erano indicati decine di questi villaggi. Luoghi così pestiferi, così immondi, così avvelenati da polveri e metalli, e agenti chimici, da far apparire l’Italsider di Taranto come una sorta di Papeete.
Di nuovo, forse, oggi si scopre che non ci sono solo alcune aree metropolitane dove sono concentrate alcune micidiali manifatture,come già si sapeva. La novità è che il peggio, come si sospettava, va cercato in aree del Paese più lontane dai riflettori, affogate nel cuore di quell’immenso, rinserrato , imperscrutabile Pianeta. È lì, si ammette implicitamente ora, che la Cina utilizza, confessa il ministro, «prodotti chimici tossici e nocivi» in genere vietati nei Paesi sviluppati. Tutta roba che «mette potenzialmente in pericolo la salute umana e l’ambiente nel lungo periodo». Sicchè una domanda s’impone: a che serve un Pil lusinghiero se per raggiungerlo bisogna ammazzarsi, letteralmente, di lavoro? E, nel caso: sicuro, signor ministro, che a repentaglio ci sia solo la salute dei cinesi?

Fonte: Il Giornale, 23 febbraio 2013

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