La Cina non è Cosa Nostra

Cinque anni fa Gianni Nicchi, detto Tiramisù, era l’astro nascente di Cosa Nostra. Con un oscuro passato alle spalle – il padre all’ergastolo per omicidio e lo zio ucciso in una delle sanguinose battaglie della mafia palermitana- si trovò, a soli 25 anni, al vertice dell’organizzazione della città. Nonostante la carriera fulminante Nicchi non riuscì mai a far capire ai negozianti cinesi il linguaggio delle estorsioni, tanto da esserne ossessionato.
Pur avendo minacciato la soluzione estrema – il fuoco ai loro negozi – la comunità cinese rimase fortezza inespugnabile. Nel 1981, anno di nascita di Nicchi, a Palermo non c’era ancora un negozio cinese. In pochi anni, gli orientali conquistano le prime licenze, fino ad invadere la città, provocando l’esclusione quasi totale dei commercianti italiani. Per questo Nicchi, sotto l’abile regia del mentore Nino Rotolo, incomincia a studiare una strategia per arginare il pericolo giallo. Dopo i numerosi attacchi a vuoto da parte del boss, arrestato a marzo dalla Catturandi, non risultano ulteriori offensive alla Chinatown di Palermo.  Non si sa se questa pace apparente nasconde un accordo ma, come ammonisce il giudice Piergiorgio Morosini, autore de “Il Gotha di Cosa Nostra”: La vera  ambizione di Nicchi, oltre al pizzo da rastrellare tra le lanterne rosse, era  scalfire il monopolio della camorra sul traffico dei container con la merce “made in China”. Ora che Gianni Nicchi è dietro le sbarre questo suo progetto o verrà realizzato da altri o, come sostengono gli inquirenti, passerà invece molto tempo prima di veder circolare nella Chinatown il manuale antiracket dei ragazzi di Addiopizzo, il movimento che si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia.
Erika Eramo

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