La Cina nel dopo-terremoto: Yushu e il sisma dimenticato

Due settimane fa il terremoto di magnitudo 6,9 che ha colpito la regione Yushu di etnia tibetana, in Cina, causando molti danni e centinaia di vittime. Le operazioni di soccorso non sono state rese semplici né dalla geografia del territorio né dalle condizioni meteorologiche. Ma ora il disastro in Cina rischia di trasformarsi in un vero terremoto politico. Il regime continua a ignorare la tragedia. Alcuni monaci buddisti accorsi per aiutare la popolazione sono stati cacciati dai funzionari del partito comunista. Migliaia di superstiti scavano ancora. I corpi dei defunti sono stati cremati anziché essere lasciati all’aperto per gli avvoltoi come da tradizione per i buddisti.

Anche le stime delle vittime non tornano. Per giorni si è parlato di poche centinaia di cadaveri. Secondo il governo di Pechino il terremoto ha infine causato 2.223 morti, 90 scomparsi, 12 mila feriti e circa 100 mila senzatetto. Il conteggio dei monaci, confermato dalle Ong internazionali presenti sul posto, alza in maniera esponenziale il numero dei morti identificati a oltre 6mila. I sopravvissuti affermano che la cifra reale oscilla tra i 15 i 20 mila morti. Gyegu, la città santa dei tibetani, è rasa al suolo. Dei 238 monasteri buddisti della regione, incuneata tra il Sichuan e l’attuale Tibet, 87 sono crollati e il 60% degli altri è pericolante. Dopo giorni di funerali e di silenzio, centinaia di monaci hanno protestato contro la falsità dei dati ufficiali.

I soccorsi risultano ancora male organizzati e inadeguati, costringendo gran parte degli sfollati a passare le gelide notti in rifugi di fortuna, a 4 mila metri di altezza. Nella città di Jiegu, sede della Prefettura autonoma di Yushu, molte vittime ancora non hanno nemmeno una tenda e molti tra coloro che le hanno ricevute dicono che sono solo un “ornamento”. Pechino ha evidenziato il grande sforzo organizzativo, che ha permesso agli autocarri di portare tende, cibo e altri generi di conforto in breve tempo, passando su strade danneggiate dal sisma. Ma spesso i generi di conforto sono rimasti ammassati in magazzino, con i responsabili locali incapaci di organizzare un’efficiente distribuzione ai profughi bisognosi di tutto.

Fonti locali riferiscono che ancora oggi la distribuzione degli aiuti è così caotica che i profughi si accalcano e persino si accapigliano per avere riso, farina e altri generi. Le stesse autorità ammettono di essere state messe in gravi difficoltà per la gravità del disastro, al punto che più volte i camion carichi di aiuti sono stati mandati in luoghi errati e molte zone non hanno ancora ricevuto nulla. Il sisma ha causato grandi danni a circa 90 monasteri, rendendone molti inagibili, con oltre 8 mila monaci tibetani senzatetto, secondo i dati ufficiali. Fonti governative dicono che sarà data priorità alla riparazioni dei monasteri. Ma, intanto, le autorità hanno detto ai monaci di non intervenire nell’organizzazione dei soccorsi. Nella prefettura di Yushu ci sono oltre 23 mila monaci in centinaia di monasteri e il loro intervento è stato essenziale per cercare e soccorrere i sopravvissuti, distribuire i soccorsi, cremare i cadaveri.

Tra capoluogo e provincia sono crollate il 70% delle 192 scuole, impraticabili le altre. Secondo le cifre ufficiali, gli studenti morti nella regione sarebbero 207. Monaci e attivisti per i diritti umani sono in possesso di elenchi che certificano 769 studenti morti solo nei 67 istituti e collegi di Gyegu. Centinaia gli studenti dispersi. I vertici del partito comunista della contea, dopo le prime ore, avrebbero cambiato i dati nel timore di un altro scandalo. Due anni fa, nel confinante Sichuan, oltre 6 mila alunni sono morti nel terremoto che ha causato il crollo di centinaia di scuole costruite male per fretta, corruzione e incuria.

Cinque posti di blocco, lungo la strada di 820 chilometri che collega lo Yushu al capoluogo, impediscono a giornalisti e religiosi di raggiungere l’epicentro delle scosse, pressoché isolato. Il presidente della conferenza consultiva del popolo, Jia Qinglin, ha dichiarato che «forze ostili d’oltremare tentano di sabotare gli sforzi di soccorso». Decine di villaggi e di quartieri cittadini, dopo due settimane, non sono ancora stati raggiunti dai soccorritori. Lo scrittore Tra Gyal, intellettuale di riferimento tra i tibetani del Qinghai, è stato arrestato a Xining dopo aver scritto una lettera aperta in cui denunciava le falsificazioni delle autorità.

Fonte: Blitz Quotidiano, 28 aprile 2010

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