Per la Cina, l’Europa è la nuova Africa

La Cina da “fabbrica del mondo” è divenuta “mercato del mondo”, grazie a un modello di sviluppo incentrato sulla produzione ad alto valore aggiunto e sui consumi interni incentivati dall’aumento dei salari. Il potere economico sta passando da Occidente a Oriente: potrebbe essere una opportunità.

Milano (AsiaNews) – Da qualche anno a questa parte gli investimenti cinesi in Italia sono cresciuti in maniera esponenziale in tutti i settori, dal calcio ai motori, dalla moda al mercato immobiliare, dal turismo all’energia.

Inter, Milan, Pirelli, Krizia, Gruppo Ferretti, Benelli moto, Terna, Snam, Enel, sono solo alcuni tra i grandi marchi del made in Italy passati in mani cinesi.

Il 2015 è stato un anno record per l’Italia che, grazie al deal tra Pirelli e ChemChina, è stata la principale destinazione di capitali cinesi con 7,8 miliardi di dollari, davanti alla Francia (3,6 miliardi), il Regno Unito (3,3 miliardi), i Paesi Bassi (2,5 miliardi) e la Germania (1,3 miliardi).

Il 2016, invece, è stato l’anno della Svizzera. Protagonista è ancora ChemChina che ha acquistato per 43 miliardi di dollari il colosso svizzero della chimica Syngenta. Di gran lunga la maggior acquisizione cinese della storia verso un’azienda europea.

Per anni ci siamo lamentati perché la Cina ci rubava posti di lavoro soprattutto nel settore manifatturiero. Poi ci siamo spaventati di fronte ad una Cina che, attraverso una sorta di “campagna neo-coloniale”, si appropriava di materie prime e petrolio in tutta l’Africa. E oggi invece dobbiamo cercare di accettare il fatto che la Cina stia comprando aziende europee di ogni tipo. La Cina sta ora estraendo i metalli e le gemme più preziose non più in Africa ma in Europa: talento, proprietà intellettuale, tecnologia, marchi storici, creatività, innovazione.

La Cina compra in Europa. Il contrario è sempre più raro

Se le nostre multinazionali, attratte da un costo del lavoro bassissimo, de-localizzarono la produzione in Cina, oggi le cose sembrano essere radicalmente cambiate. Non sono più le nostre aziende ad andare in Cina a produrre. I costi della manodopera non sono più competitivi. (Vedi: Dalla Cina all’Etiopia, il viaggio di Helen e la speranza di un futuro migliore per l’Africa).

La Cina non è più la “fabbrica del mondo”. E’ diventata il “mercato del mondo”. Sta cercando di superare quel modello di sviluppo basato su investimenti e esportazioni a basso costo per adottare un modello di sviluppo incentrato sulla produzione ad alto valore aggiunto e sui consumi interni incentivati dall’aumento dei salari. Il fenomeno si sta, dunque, invertendo: le aziende occidentali che vanno in Cina a produrre sono sempre meno, mentre le aziende cinesi, ormai ben strutturate, che vengono in Europa sono in crescita esponenenziale. Vengono da noi a caccia di prodotti e aziende di qualità di cui la Cina ha bisogno per soddisfare le esigenze di una classe media che ha sempre più risorse da spendere.

Nel 2016 gli investimenti cinesi in Europa (pari a USD 46 mld con una crescita del 90% rispetto al 2015) hanno superato di circa quattro volte quelli Europei in Cina. Il 2016 ha visto anche un record di investimenti cinesi in Nord America (pari a USD 48 mld con una crescita del 189% rispetto al 2015). Sono i dati che emergono dall’ultimo rapporto Baker McKenzie reso pubblico pochi giorni fa. Le previsioni per il 2017? “La rapida crescita dell’attività di investimenti globali delle società cinesi hanno innervosito i leader cinesi e ha innescato una nuova stretta dei controlli amministrativi contro certi tipi di transazioni, sottolineano i ricercatori nel rapporto. Se da una parte è Pechino a sembrare di voler limitare i capitali in uscita, dall’altra sono i politici europei ed americani a sembrare di voler adottare un cambio di atteggiamento, certamente più ostile, nei confronti delle acquisizioni cinesi. Sarà, dunque, difficile che tali trend di crescita vengano replicati anche nel 2017.

Zhu Chongyun, la stilista e imprenditrice cinese che ha acquistato lo storico marchio Krizia ha raccontato durante un’intervista su Rai 3. «La Cina si è aperta al mondo nel 1979 con le riforme di Deng Xiaoping e in questi 40 anni lo sviluppo è stato velocissimo: oggi è la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti. Ma la popolazione cinese è cinque volte di più di quella americana. Il nostro mercato è smisurato. Quindi anche quello della moda è smisurato. Ecco perché ho deciso di acquistare Krizia perché con un marchio così importante io metto le basi per sfondare sul mercato cinese dove, lo sottolineo, i marchi italiani sono molto molto amati».

Tian Guolì, numero uno di Bank of China, la banca più antica della Cina, e presidente per parte cinese (Marco Tronchetti Provera per parte italiana) dell’ultimo Business Forum Italia-Cina, ha detto: «La nostra economia ha meno velocità, ma cammina sempre con una crescita del 6,5% e cerca la qualità. L’Italia produce qualità ma ha un piccolo mercato interno; la Cina è un grande mercato con 200 milioni di cittadini di classe media che hanno bisogno di prodotti di qualità. Per questo insieme possiamo fare scintille».

Certamente spiace vedere grandi brand italiani ed europei passare, interamente o parzialmente, in mano cinese. Probabilmente siamo di fronte a un cambiamento epocale. Il potere economico sta passando da Occidente a Oriente. Non scordiamoci che la Cina fu la più grande potenza economica mondiale tra il 1100 e il 1800! Il Dragone sta tornando. Ma questa non è l’ultima parola.

La domanda che dobbiamo porci è: come l’Europa dovrebbe reagire? Rischio o opportunità?

Ritengo sia un’opportunità per due ragioni: Molte aziende Europee e anche Americane stanno ancora attraversando un periodo difficile. Iniezioni di capitale cinese potrebbero essere indispensabili per la sopravvivenza non solo dell’impresa ma soprattutto di molti posti di lavoro. Pensiamo ad esempio al caso Volvo che fu acquistata dall’azienda cinese Geely. Questo passaggio accadde quando il proprietario di Volvo era Ford. Ford era sull’orlo del fallimento e voleva vendere Volvo, però non si trovavano acquirenti. Volvo era in sofferenza e avrebbe potuto chiudere. Dopo essere stata comprata da Geely, Volvo risuscitò. Ha creato 10mila posti di lavoro nei due stabilimenti in Europa (questo equivale all’incirca a 100mila posti di lavoro distribuiti nella filiera tra componenti, concessionari, logistica…). E soprattutto si è salvato uno dei gioielli del settore automobilistico.

Coloro che cedono le nostre aziende ai cinesi ricevono ingenti capitali che possono essere utilizzati per acquisire e/o sviluppare nuove aziende. E così il ciclo può ricominciare. Che cosa faranno questi imprenditori che hanno in mano i capitali? La stessa Pirelli che cosa farà con i 7 miliardi presi dai cinesi? Ciò che fa grande l’Italia non sono tanto i prodotti, i brand. Sono invece le menti brillanti e creative degli stessi italiani che hanno creato e continueranno a creare prodotti e brand d’eccezione. Diceva Enzo Ferrari: «La migliore Ferrari che sia mai stata costruita è la prossima».

*ricercatore all’ONU. Ha studiato alla Fudan University di Shanghai e all’università Bocconi.

Asia News,09 febbraio 2017

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