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La Cina in America Latina

Così come aveva già fatto per l’Europa nel 2003 e per l’Africa nel 2006, il 5 novembre del 2008 il governo cinese ha emanato un foglio operativo circa le sue posizioni di politica estera nei confronti dell’America Latina e dei Caraibi.
Se non sorprende che la Cina abbia mostrato forte interesse per questa regione, storicamente considerata da Washington sfera d’influenza degli Stati Uniti sin dalla Dottrina Monroe del 1823, fa invece riflettere la tempistica con la quale Beijing ha deciso di emanare il suo “policy paper”. Il rilascio del documento, difatti, coincide esattamente con l’estensione dell’attuale crisi finanziaria del credito, riuscendo, secondo alcuni, a trarre vantaggio da un momento in cui gli Stati Uniti sarebbero impegnati con altre questioni da risolvere.

Il documento evidenzia l’importanza strategica della zona per il piano di crescita economica a lungo termine del governo. Principalmente, tratta di accesso a materie prime e risorse naturali, accesso a nuovi mercati, riduzione dei rapporti diplomatici in supporto della Repubblica di Taiwan e, soprattutto, del rafforzamento della posizione  politica di Beijing come solido pilastro di alleanze internazionali con i paesi in via di sviluppo.

Il policy paper emanato dichiara esplicitamente l’obiettivo di “…intensificare la crescita delle relazioni della Cina con l’America Latina…”. La Cina esprime la volontà di investire in energia, risorse minerali, forestali, pesca, agricoltura, tutte aree fondamentali per l’espansione della produttività cinese, e di attuare un numero maggiore di progetti in infrastrutture, non direttamente legate alla propria economia, ma mirate al trasporto delle suddette risorse e al finanziamento di operazioni tali da rappresentarla come molto impegnata nella cooperazione allo sviluppo.
La Cina esprime anche il desiderio di incrementare la diplomazia militare e la vendita di equipaggiamenti alla regione. Non c’è dubbio che una tale posizione abbia preoccupato Washington, e per questo la Cina si dimostra molto attenta a non stabilire una presenza militare nella regione.
Anche se appare retorico e piuttosto generico nelle affermazioni, il documento definisce e formalizza i legami economici, diplomatici e militari con l’America Latina, i quali erano stati proposti per la prima volta dall’allora presidente cinese Jiang Zemin nel 2001.

Secondo i dati riportati da American Footprints, gli scambi commerciali tra America Latina e Cina sarebbero balzati da 10 miliardi di dollari nel 2000 a 100 miliardi di dollari nel 2008. La Cina acquista zinco dal Perù, rame dal Cile e minerali ferrosi dal Brasile. Esporta congegni elettronici in Brasile, autobus a Cuba, vestiti in Messico e macchine in Perù.

Da parte sua, l’America Latina, sembrerebbe alquanto intrigata dall’idea di una Cina quale potenziale partner per il commercio e l’investimento. In qualità di super potenza emergente,  senza una storia coloniale o “imperiale” simile all’Occidente, la Cina risulterebbe politicamente ben più attraente dell’ Europa o degli Stati Uniti, nella considerazione di uomini politici sempre più anti-americani e scettici verso le intenzioni dei paesi occidentali. O, come diversi analisti suggeriscono, l’America Latina reagisce, simpatizzando con il Paese del Dragone,  al disinteresse USA nei suoi confronti.
Nervosismi in merito alla presenza economica cinese sul territorio nascerebbero solamente dalle più piccole economie del centro America, le quali, di certo, non godono dell’abbondanza di esportazioni del Brasile e dell’Argentina. Infatti, la competizione dell’infinita manodopera a basso costo cinese rappresenta una minaccia al loro fiorente settore manifatturiero.

Sebbene la Cina cerchi di rassicurare gli Stati Uniti circa il fatto che i suoi interessi nella regione sia no di natura puramente economica, Beijing ha intrapreso una sfrenata politica di “costrizione” nei confronti delle prerogative politiche estere degli stati membri del Mercosur (il Comune Mercato Sud Americano), usando la propria forza economica per raggiungere l’obiettivo politico di ridurre il numero degli alleati occidentali di Taiwan.

Gli stati dell’America Latina danno il benvenuto ai capitali ed alle importazioni cinesi in quanto atti a realizzare crescita economica nel breve termine; il che, ha portato allo sviluppo di partnership strategiche con i paesi chiave: Argentina, Brasile, Messico e Venezuela con un piano comune per lo sviluppo. Anche la relazione con il Cile potrebbe venir considerata strategica, non solo per il consistente scambio di minerali e per la firma di un trattato di libero scambio (il primo di questo genere ad esser stato firmato dalla Cina in America Latina), ma anche, e soprattutto, per i vantaggiosi porti cileni sul Pacifico, che favoriscono lo spostamento delle merci da e per la Cina. Relazioni con altri paesi quali Cuba, Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù sono invece da considerarsi   semplici relazioni di cooperazione, potenzialmente suscettibili di diventare strategiche, visto il crescente interesse cinese nei confronti delle risorse energetiche di questi paesi.

MESSICO E VENEZUELA
Esistono diverse convergenze tra Cina e Messico in merito ad affari internazionali e posizioni all’interno di organismi multilaterali. Il fatto che diversi leader cinesi si siano formati presso il Colegio de Mexico e parlino uno perfetto spagnolo ha contribuito ad ottime relazioni politiche tra i due paesi. Non è un caso che il Messico abbia dato supporto alla posizione della Cina in qualità di osservatore presso l’Organizzazione degli Stati Americani e che sostenga l’offerta cinese di entrare a far parte della Banca per lo Sviluppo inter-americana. La comunità di intenti politici, tuttavia, si scontra e sfida le scelte del ministro degli esteri del Messico, con la complicata relazione economica causata da dumping cinese e pirateria e con il fatto che il Messico rimane ancora fortemente legato all’economia statunitense.

Il Venezuela è, in un certo senso, l’alleato politico più stretto di Beijing nel Sud America. Il Piano Energetico Strategico che si estende fino al 2011 prevede che il Venezuela incrementi la quantità di petrolio esportata in Cina; nel 2004 il presidente Chavez ha siglato accordi che consentono a imprese cinesi di investire 350 milioni di dollari $ in 15 giacimenti petroliferi, localizzati nella zona est del paese, e di effettuare investimenti di circa 60 milioni di dollari $ in progetti di sfruttamento del gas naturale.

BRASILE
Il Brasile è stato in grado di gestire le sue relazioni con la Cina ponendo chiari limiti al numero di lavoratori cinesi autorizzati a lavorare nei progetti d’infrastruttura cinesi, diversamente da quanto accade in Africa e in altri paesi dell’America Latina, dove la manodopera è in gran parte, o esclusivamente cinese. Di conseguenza l’investimento cinese in Brasile è stato minore di quanto ci si aspetterebbe, e le nuove posizioni del Presidente Lula, a seguito della scoperta di 14 miliardi di barili di petrolio in giacimenti marini – le quali garantirebbero una riserva totale di ben 90 miliardi di barili – non dovrebbero consentire ai grandi dell’economia di prenderne il controllo.  Qualsiasi forma d’investimento estero prevedrebbe una ripartizione del profitto con la compagnia semipubblica petrolifera brasiliana Petrobas. La Petrobas aprì un ufficio di rappresentanza a Beijing nel maggio 2004, durante la visita del Presidente Da Silva nella capitale cinese, mentre la cinese Sinopec ha partecipato alla costruzione di nuove raffinerie e gasdotti in Brasile. Esiste anche un’importante cooperazione cino-brasiliana nel settore tecnologico dei satelliti, la quale sembrerebbe poter minacciare gli Stati Uniti, viste le possibili applicazioni militari associate ad immagini satellitari ad alta risoluzione.

CENTRO AMERICA
E’ questa l’arena dove la Cina e Taiwan si sfidano con “alleanze diplomatiche”. Di base, quello che accade qui, è l’utilizzo a proprio vantaggio della pressione sui governi del Centro America causata dalla bilancia dei pagamenti e dalla loro posizione all’interno del sistema economico internazionale. Se in Africa la Cina ha cancellato un debito di circa 1.3 $ miliardi in 31 paesi, e ha accettato di abolire le tariffe su ben 190 beni importati in 25 stati africani, nessuna di queste pratiche ha trovato applicazione nelle Americhe.
Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua (soprattutto con la politica dei Sandinisti) sembrerebbero interessate ad un cambiamento di relazioni diplomatiche e ad un ingresso nel mercato degli scambi con la Cina, mentre Panama e Costa Rica, colpiti da deficit minori, sembrerebbe subiscano minor pressione. La Repubblica Dominicana si è invece impegnata a cercare di migliorare i propri conti pubblici.
La verità, infatti, è che l’America Centrale vede la Cina come una concreta minaccia ai propri interessi economici, considerando che la competizione cinese nel settore tessile e le fabbriche di produzione di indumenti collocate negli USA significano, per questa regione, la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro.

Dan Erikson, specialista in relazioni Cina-America Latina e corrispondente per Inter – American Dialogue, si espresse, ai tempi dell’emanazione del “policy paper” nel novembre 2008, sostenendo che si trattava di una mossa astuta per dimostrare alla comunità internazionale che la Cina era un responsabile stakeholder nella regione: dall’immagine di conquistatrice del mercato e delle materie prime, si mostrerebbe interessata allo sviluppo a lungo termine dell’America del Sud.
Eppure, diversi governi latino americani si lamentano dello scarso livello di investimento cinese nella regione, minore di quello EU e di quello USA. Osvaldo Rosales, della Commissione Economica ONU per l’America Latina (ECLAC) ha lasciato detto alla BBC che esiste un’ enorme asimmetria tra il crescente livello di commercio tra Cina ed America Latina e il basso livello di investimenti della Cina.

Ricade forse sui governi latino-americani l’incapacità di esporre sul tavolo progetti d’investimento attraenti o meglio indispensabili alla Cina?

Karam Adel Ali
Laogai Research Foundation Italia