La Cina e la vittoria dei soldi

Quel giorno il mondo intero si era sentito oltraggiato dal sangue degli studenti e degli intellettuali cinesi sparso sulle strade di Pechino, violentato e attraversato da quella foto di un ragazzo solo, con la sua camicia bianca, davanti ai quattro carri armati in fila che avanzano inesorabili verso di lui. Il nome stesso di Piazza Tienanmen è diventato per ognuno di noi il simbolo di quella repressione brutale di cui ancora oggi nessuno è riuscito a tracciare un bilancio credibile e definitivo.

In quei giorni molti erano convinti che il regime comunista non sarebbe riuscito a sopravvivere a quell’orrore. Dicevano che il partito Comunista Cinese si sarebbe sgretolato contro una rivolta delle masse pronte a ribellarsi al pugno di ferro che le opprimeva. Quasi dieci anni dopo, era il 1997, non era ancora successo nulla, eppure il Presidente Clinton sfidava il suo omologo cinese Jiang Zemin con la famosa definizione secondo la quale il sistema politico autoritario cinese era sul “versante sbagliato della storia”. Dopo di lui molti altri hanno cercato di fare previsioni sulla fine della via cinese al comunismo, in molti hanno interpretato il ruolo della Cassandra nei confronti dei capi della Repubblica Popolare.

Fino ad arrivare ai nostri giorni segnati dalla crisi economica che, ancora una volta secondo alcuni analisti, minerà la struttura del Partito Comunista Cinese. Eppure, a ben vedere, due decenni dopo la strage di piazza Tienanmen il Partito e i suoi dirigenti sembrano godere di ottima salute, e anche il ricordo di quel giorno sembra non essere esattamente al centro delle preoccupazioni dei cinesi. Certamente una delle ragioni è che dissidenti e oppositori continuano ad essere oggetto di una repressione violenta e sistematica che dà poco spazio alla libera esternazione delle idee, tantomeno al ricordo di quei giorni. Ma non è solo questo. La realtà è che i cinesi oggi vivono meglio di allora e anche questo conta.

A differenza di quello che l’Occidente spesso ricorda semplificando, la protesta di allora non nacque all’inizio come movimento organizzato e cooordinato che chiedeva la democrazia e i diritti civili. In quel momento infatti la Cina attraversava una durissima crisi economica con una disoccupazione galoppante e in generale una situazione di povertà diffusa. I cinesi davano la colpa di questo alla corruzione diffusa nelle gerarchie del partito. Per questo si trattò di una protesta dalle diverse anime: era al tempo stesso una protesta economica e una crociata contro la corruzione sfociata poi in una richiesta di democrazia come alternativa al modello del partito unico, incarnato nel partito comunista.

È importante non dimenticare che in quello stesso momento Deng Xiao Ping, che sa che per la Cina l’unico modo per sopravvivere è aprirsi al mercato, usa le proteste di piazza per convincere gli altri dirigenti a seguirlo su quella strada.

Così nei mesi che seguirono alla repressione il modello “capitalista” del comunismo cinese diventa sempre più una realtà al punto che, in qualche modo, ai dirigenti del partito non serve nemmeno disarmare il movimento democratico con troppa fatica. Il Partito Comunista cinese si adatta alla situazione riuscendo a sopravvivere. Prende di petto la questione della corruzione imponendo una rotazione forzata ai responsabili. Dal 2002 permette anche agli imprenditori privati di entrare nelle fila del partito e soprattutto allenta la pressione sulla classe media dei giovani facendo sentire loro sempre meno il controllo dello Stato.

Ma l’elemento chiave è che oggi in Cina si vive esponenzialmente meglio rispetto a come si viveva in quel mese di giugno di vent’anni fa. Per questo anche se il problema dei diritti umani continua ad esistere, se e i dissidenti sono costretti ad esistenze buie e clandestine, se internet è sottoposto a censura e controllo costante, la Cina non sembra certo sull’orlo della rivoluzione, anzi. Pare piuttosto pronta a celebrare i fasti di un Partito Unico che per sessantanni è riuscito a sporavvivere a se stesso, alle previsioni nefaste, e alla condanna internazionale. E la spinta della protesta di Tienanmen, almeno come siamo stati abituati ad interpretarla in Occidente, si è consumata nelle pieghe dei successi dell’economia più potente al mondo.

Il Tempo, 31 maggio 2009

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